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Le vele di Scampia? Condemned, but not guilty – di Alessandra Muntoni

Molto vedono nelle Vele di Scampia una immagine negativa. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris vuole proseguire nel programma di abbatterle, proprio per distruggere quella immagine negativa. Ma è una immagine negativa di che cosa? Dell’architettura o della città di Napoli? Dello slancio visionario degli anni Sessanta che non ha retto alla prova dei fatti o del vandalismo perpetrato su quegli edifici da abitanti abusivi che li hanno sequestrati per destinarli a sede della criminalità? Della ipotesi di un nuovo modo di abitare che i cittadini non hanno accettato o della incapacità di gestione della periferia da parte dell’amministrazione? Perché non si riesce a tener separate le questioni e si continua a mischiare progettazione, contenuti sociali, gestione e responsabilità politiche? E, comunque, quanto pesa la colpa dell’architettura rispetto a tutte le altre?

E poi: perché si vogliono demolire altre tre Vele, a cominciare da luglio prossimo, trasferendo altrove gli abitanti, mentre una sola, la più grande, sarà preservata, ristrutturata e destinata ad accogliere funzioni di eccellenza come la sede della Città metropolitana? Non è una domanda ingenua. Se è possibile la bonifica e la ristrutturazione per quella Vela, perché non lo si fa anche per le altre? E perché preservarla, poi, se la sua immagine è generalmente percepita come un fallimento? Ma, se si vuole preservare una Vela, non è perché, invece, essa ha assunto un valore intrinseco che va al di là della sua storia contingente, perché vi si intravvede un’idea di una città diversa, alla quale un’architettura coraggiosa e creativa poteva e può contribuire?

Il progetto di Francesco Di Salvo aveva questa carica di rinnovamento che si vuole cancellare con una carica di dinamite. Sono convinta che sperperare questo patrimonio edilizio originale sia una scelta costosa e sciagurata. Una scelta che ci porta indietro nel tempo, senza guadagnare prospettive più certe, più intelligenti, più sicure. Forse c’è ancora il tempo per ripensarci.

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