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Il nutrimento dell’architettura [63] – di Davide Vargas

 

Prendo dalla mia libreria il bellissimo libro di Bruno Zevi: Erich Mendelsohn Opera Completa, Etas Kompass del 1970. Perché arrivi a questo volume è tutta un’altra storia legata a una specie di rievocazione dei miei viaggi giovanili sugli itinerari degli architetti che più mi colpivano. Nel 1982 sono andato a visitare le sue cose e in particolare il Cinema Universum. Sfogliare queste pagine significa entrare [o RI-ENTRARE] in un mondo.

Quello di Mendelshon popolato dalla forza d’urto di una infinità di schizzi fatti con tratti doppi che annullano gli spigoli, piantati a terra come se dalla crosta della terra scaturissero simili a un movimento tellurico, in rapporto con il cielo che spesso è trattenuto dentro un arco [come in certi disegni di Wright], carichi di masse furibonde che scoppiano verso il fuori e poi il dentro. Una cosa sbalorditiva. Schizzi veri, fatti con matite penne pennelli. Per questo, veri e propri [archi]testi sospesi nell’istante che precede la trasformazione in architettura. Quando accade, ovviamente. Infatti, il mondo di Mendelshon rappresentato nel libro, è popolato dalla stessa forza d’urto delle architetture. Modernissime. Potenti. Eversive. Magmatiche. Nitide.

E poi se passi la mano sulla carta del libro, patinata, liscia, che quando sfogli le pagine frusciano e sembrano suonare, allora RI-ENTRI in un mondo di vecchie riviste che non ci sono più, immagini in bianco e nero, profumi. E quindi, vecchi film, antiche letture, cose così. Ho chiesto un po’ in giro. Molti giovani del mestiere non sanno neanche chi è Mendelshon.

 

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