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Il nutrimento dell’architettura [64] – di Davide Vargas

Beniamino Servino è mio amico. Anzi fratello minore, come scrive chiamandomi maggiore nella dedica del suo ultimo libro Vacua Forma con Verbus Editrice. Me lo regala in una mattinata dove, come ci capita ogni tanto, parliamo e ci confrontiamo. Perciò sono nelle condizioni migliori per scriverne. Posso dire quello che voglio. Beniamino disegna, e si sa. Anzi io credo che ad essere precisi costruisce immagini. Con la penna, la matita, il colore, gli adesivi. E photoshop. Quindi non si tratta di un disegno canonico. Trovo conferma in un pezzo del libro, dice: Disegnare è rappresentare [per formarlo] il pensiero di architettura. E questa è una pratica che si serve di tanti strumenti.

Veniamo al punto [uno dei tanti, forse laterale, ma mi interessa]: in questo libro ci sono, più che in altri suoi lavori, i testi. Alcuni li conoscevo già [il ME NE FREGO, urlato come uno della beat generation], altri mi hanno sorpreso. Perché sono molto personali. Con un’accelerazione di autobiografia in una pagina che ritorna a intervalli e si chiama proprio AUTO BIOGRAFICO. Dove parla dei suoi libri preferiti, dei film, dei personaggi degli uni e degli altri che più ama, della felicità che prova quando disegna. Dell’IO [non a caso in maiuscolo]. Fino ai capelli che gli cadono. E fino a sentire il bisogno di spiegare che autobiografico significa perdere i registri del controllo. E subito dopo, più o meno a un quarto del libro, perdere la sequenza sommerso dai temi/immagini della città, bellezza, traduzione, lingua, il riconoscibile, la forma

Pensavo di attraversare immagini e invece ho percorso parole. Le immagini ne escono rafforzate. Mi sembra una qualità, fratello.

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