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Il nutrimento dell’architettura [65] – di Davide Vargas

Questo è un nutrimento personale.

So che non si dovrebbe mai parlare delle proprie cose, ma cerco di fare una riflessione che vada oltre. Mi capita di avere il picco di felicità [si può pure usare questa parola] nei confronti di un lavoro nel momento in cui facciamo le fotografie. Paradossalmente, più di quando l’opera finisce, più di quando se ne attraversi lo spazio o di quando se ne ripercorrano le linee del volume e dei dettagli.

Più di quando si prenda contezza di aver immesso nel luogo una realtà che prima non esisteva. Come uno scritto su una pagina bianca. Più di quando tutto questo produce quella speciale soddisfazione che tutti gli architetti conoscono. Mi chiedo come mai accade ciò? Me lo chiedo nel momento in cui Luigi [Spina] mi invita a guardare nella fotocamera l’immagine prima di scattare.

E davanti a un equilibrio di linee isolato da tutto il resto, quasi astratto, mi dico che sta proprio in questa sorta di irrealtà il valore aggiunto. È come se l’opera si trasferisse in uno spazio incontaminato, lontano da tutto il contorno che appesantisce un lavoro che fatica a farsi strada in un contesto storico e ambientale che addirittura ne ostacola la tenace volontà di farsi realtà. E qualità. In quel momento resta solo il segno.

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