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Il nutrimento dell’architettura [66] – di Davide Vargas

 

Ti fermi sul ciglio della strada e vedi questo. Allora pensi. Senza arrivare ai temi dell’architettura, tanto si sa che il novantanove per cento di quello che si costruisce non è architettura. Pensi invece a questo terreno bruno del colore del caffè e ai ciuffi di piante che in questo luogo del mondo se scavi un niente con il tacco della scarpa e ti cade un seme dopo un po’ germogliano e crescono. Prima dei veleni ma anche adesso. E pensi con una consapevolezza finalmente distante dalla sfrontatezza giovanile a quanto sia delicato e difficile mettere sulla crosta del mondo un edificio. O più di uno. Di tutto il mondo, questo qui e quello lontano coperto di foreste e deserti, solcato dalle acque dei mari e dei fiumi, con le montagne e le vallate. Ci vuole responsabilità. Che è sinonimo di misura. Attenzione. Modestia.  Ascolto. Cose così. E ti accorgi che il mondo lontano non è poi così lontano.

Mi viene in mente un pezzo di Ettore Sottsass. Dice: “Se tu fai un segno nel deserto, saprai finalmente quanto sono lunghe le ombre e saprai quanti passi potrai fare e fin dove è calata a mezzanotte la luna”.

È tratto da uno scritto intitolato: Graffi d’amore sulla pelle del pianeta.

Che altro dire?

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