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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – FEBBRAIO 1967 – di Arcangelo Di Cesare

Nel fascicolo di febbraio è ricordata la morte di Andrè Bloc; fu pittore, ingegnere, scultore e architetto ma fu soprattutto un creatore unico e versatile intorno a cui si cristallizzò il dibattito estetico del dopoguerra francese.

In lui hanno convissuto quatto personalità:

-quella dell’”artista versatile” aperto verso l’integrazione delle varie discipline e impegnato per una rinnovata sintesi delle arti figurative.

-quella dell’”editore illuminato” capace di promuovere la modernità della cultura architettonica e di traghettarla nei cinque continenti attraverso la rivista “L’Architecture d’Ajourd’hui”.

-quella del “consulente visivo” svolto attraverso le numerose collaborazioni con altri architetti a cui insegnò le impostazioni delle forme e la percezione dello spazio interno.

-quella dell’”architetto” con la sua personale ricerca spinta, verso quel dialogo tra spazio e luce, che lo portò a configurare massi plastici penetrabili squarciati dalle fonti luminose.

Sarà il richiamo della dimensione protettiva della caverna e del guscio che si evidenziò, con sempre più intensità, nelle sue opere; come i termitai, le sue “Sculpture habitacle”, si avvitavano in un vertiginoso equilibrio di pieni e di vuoti, con masse definite da superfici connesse e capaci di suggerire spazialità inebrianti.

Allarmato dal fatto che gli architetti trascuravano il loro precipuo compito di configurare spazi interni, lasciò entrare nelle sue “Sculpture” l’aria e la luce con percorsi semplici e, al tempo stesso, complessi e concepì spazi accoglienti con forme plasticamente organiche.

Negli anni ’60, tra le tante ricerche spinte verso il futuro, definì il proprio concetto di Habitat come organismo qualificato dalle personali configurazioni plastiche.

In fondo e, per dirlo con le parole dell’artista Gordon Matta Clark, la differenza tra architettura e scultura consiste solo nella presenza o nell’assenza delle tubature.

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