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Progettare al femminile – di Massimo Locci

Ogni anno in occasione dell’otto marzo si moltiplicano le iniziative sul tema donna e architettura o sul ‘progettare al femminile’. Prescindendo dalla stucchevole disquisizione su come debbano essere chiamate le donne-architetto, che periodicamente riemerge, la domanda riguarda la specificità di approccio e i condizionamenti operativi, in quanto le differenze di genere non si limitano alla sola questione terminologica.

Tra le tante rivendicazioni e valutazioni, quelle realmente rilevanti, a mio parere, riguardano lo scarso riconoscimento di ruolo nel ciclo ideativo e  realizzativo dell’edilizia (sintomatico è il numero molto più limitato di figure di rilievo nel panorama architettonico internazionale) e, in un sistema produttivo del progetto concentrato in tempi ristretti e poco flessibile, le problematiche derivanti dall’essere libere professioniste, ma anche madri e mogli. Zaha Hadid, subito dopo aver ricevuto il Prizker, aveva sottolineato di come in passato non le piacesse essere additata come un architetto donna. “Sono un architetto, non solamente una donna architetto (…) vedo l’enorme bisogno di molte donne che questa rassicurazione”.

Tutte queste valutazioni, connesse con la questione di genere, mettono in secondo piano un’altra domanda: esiste una diversa sensibilità tecnica e poetica nell’operare nel campo architettonico in quanto donna?.

In assoluto differenze fondamentali non esistono, come in qualsiasi altra professione in cui conta l’inventiva, la preparazione, la responsabilizzazione e l’autorevolezza).

E’ evidente, però, che l’approccio e la sensibilità per alcune tematiche possa essere differente. La psicologa Vanna Francesca Bertoncelli si interroga sul sentire e l’agire femminile. “Dal pensiero analitico, logico, teso all’azione proprio del maschio a quello più complesso della femmina, emozionale, flessibile, empatico, bi-locato. Se il sesso ha un’origine biologica, embrionale, anatomica il genere è appreso dall’ambiente inteso come ambiente fisico, sociale e culturale. Quando è la diversità a fare la differenza si può parlare di “ricchezze distinte” che accrescono reciprocamente gli essere umani”.

Circa l’autorevolezza, in verità, bisogna considerare che nel XXI secolo l’architetto in genere è una figura in crisi, non gli viene più riconosciuto un ruolo di attore principale della trasformazione dell’ambiente costruito, semmai un ruolo da comprimario. Conta più la dimensione economica (commerciale) o meramente tecnica del processo attuativo, il ruolo politico e comunicativo dell’intervento rispetto alla consapevolezza etica e poetica nell’nterpretare i luoghi, preesistenti e riconfigurati.

In questa logica si svaluta il senso del progettare e del costruire con preparazione e rigore. Nella pratica è come se, prima ancora che come procedura terminologica, fosse stata elisa la particella prepositiva greca ‘arkhi’ (capo), che denotava l’autorità di chi opera nel settore delle costruzioni, e  rimanesse solo il termine ‘tékton’  che riguarda l’operatività tecnica. Questo disconoscimento di ruolo vale per tutti gli architetti,  nel caso delle donne-architetto è ancora più accentuato.

Inoltre è un’anomalia, ma è anche uno spreco intellettuale  e di investimenti, che poche si affermino ai medi e alti livelli. Tutto ciò a fronte di una forte presenza femminile ( di gran lunga più della metà) nelle facoltà di Architettura, nelle scuole di design e di paesaggistica, sia come studentesse (peraltro con ottimi risultati rispetto alla media dei laureati), sia come docenti.

“ Questo dato dimostra – scrive  Margherita Petranzan, in Architettura e condizione femminile (Enciclopedia del XXI Secolo Treccani, 2010)- che la professionalità femminile non è ancora completamente accettata dal sistema sociale e normativo (che porta al conferimento degli incarichi attraverso i concorsi), ma anche dalle stesse donne poiché molte di esse tendono a esercitare la professione all’interno di studi dove esiste già una figura maschile riconosciuta, dominante e contemporaneamente protettiva.” Ne sono un palmare esempio il rapporto di Charlotte Perriand con Le Corbusier e di Eileen Gray con Mies Van der Rohe.

Non sono molte, infatti, le donne riconosciute come protagoniste nella storia dell’architettura, del design e della paesaggistica, ma alcune sono di assoluto rilievo come dimostra la ricerca di  Luana Barbato, curatrice della mostra e del video Architettrici-Architettesse-Architette, prodotto per  ADA (Associazione Donne Architetto e ospitata alla Casa dell’Architettura di Roma.

Tra le italiane, otre a quelle citate Elena Luzzatto, Stefania Filo Speziale, Lina Bo Bardi, Anna Ferrieri Castelli, Cini Boeri, Franca Helg, Benedetta Tagliabue Antonella Mari, non si possono non menzionare: Carmen Andriani, Giuseppina Grasso Cannizzo, Alessandra Segantini, Susanna Ferrini, Maria Claudia Clemente, Guendalina Salimei, Studio EU. Tutte rappresentano una realtà qualificata nel panorama contemporaneo

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