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Ricordo di Giorgio Muratore – di Massimo Locci

Conoscevo Giorgio Muratore da almeno 40 anni, lo intervistai per un suo scritto sulle “Strutture Primarie”, una originale lettura di visual e di enviromental design, temi tra arte e architettura, di cui anch’io mi occupavo, e di cui si è quasi persa memoria.

L’ho seguito nelle sue tante e importanti iniziative, nelle non secondarie collaborazioni con Eugenio Battisti (per le prime ricerche strutturate sull’Archeologia Industriale), con  Tomàs Maldonado a “Casabella”, con Paolo Marconi e altri per “La Città come forma simbolica”, con Paolo Portoghesi a “Controspazio”, con Giorgio Ciucci per la “Storia dell’architettura italiana: Il primo novecento” e con Maristella Casciato per gli “Annali dell’Architettura Italiana Contemporanea”. Giorgio Muratore ha curato mostre e pubblicato numerosi saggi sulla storia dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee, riscoprendo e rivalutando molti autori ingiustamente lateralizzati, studiando temi originali e meno battuti dalla ricerca storico-critica. Soprattutto è stato un docente appassionato, generoso ed amatissimo dagli studenti (di “Storia delle Arti Industriali” e più recentemente di “Storia dell’Architettura Contemporanea”) e figura ti assoluto rilievo della cultura architettonica contemporanea: uomo di denuncia di molti ‘misfatti’ urbanistici e scempi architettonico-paesaggistici, animatore di tante azioni civili di  Italia Nostra e di tutela/valorizzazione del contemporaneo con DO.CO.MO.MO.

Non era stato un ‘barricadero’ all’università, ma era sempre in prima linea per segnalare operazioni edilizie poco trasparenti e manomissioni sul patrimonio edilizio.

Pur nelle divergenze, l’ho sempre stimato. Insieme, agli inizi degli anni ’80, abbiamo lavorato per una mostra sull’Architettura Sovietica, poi a lungo con Bruno Zevi per tre volumi su “Comunicare l’architettura” e per varie pubblicazioni e mostre. Tra le altre sul Foro Italico, su Terragni a Roma e su Franco Palpacelli. Ne ho sempre apprezzato la sua grande passione etica, la conoscenza dell’architettura contemporanea e la disponibilità al confronto in tutte le sedi, la propensione per una comunicazione non noiosa e mai con un carattere apodittico; un ragionamento sempre approfondito ma stimolante e divulgativo. Per alcuni aspetti caratteriali, per la schiettezza e l’intransigenza, mi ricordava, paradossalmente, proprio Bruno Zevi: entrambi erano arguti polemisti e critici dalla lingua tagliente.

Infine non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi presentato, agli inizi degli anni ’80, Emilio Puglielli, con cui ho condiviso 30 anni di esperienze lavorative, di ricerche e concorsi. Un architetto raffinato, colto e, come lui, caustico nei giudizi e dalla sottile ironia.

Con Giorgio Muratore ho condiviso molte battaglie in difesa di opere importanti dell’architettura contemporanea a Roma, da Corviale all’Ala Cosenza della GNAM, dalla Casa della Scherma ai mercati di quartiere, dalle torri di Ligini all’EUR al Velodromo. Non tutte sono state iniziative coronate da successo e lui stesso ne aveva piena consapevolezza. Rispetto al Foro Italico e alle architetture di Moretti  affermava: “Sono quarant’anni che se ne parla senza esiti concreti, il che significa che abbiamo sbagliato qualcosa”. Una vittoria, però, fu straordinaria: la tutela integrale (architettura e macchinari)  della Centrale Montemartini, che anche grazie a lui è ora uno degli spazi museali più affascinanti della Capitale.

In tema di restauro del moderno e di riuso delle aree dismesse era sempre in prima linea, con una visione lungimirante. “A Londra – ha di recente affermato – hanno riconvertito il patrimonio industriale, ad esempio con la Tate Modern, i tedeschi lo hanno fanno in una regione intera, la Ruhr. Qui a Roma invece non si riesce nemmeno a recuperare lo spazio del porto fluviale. Anzi si assiste alla trasformazione del Consorzio Agrario in un condominio vergognoso. E per il Gazometro bisognerebbe riprendere l’idea del Museo della Scienza, un progetto che sarebbe anche il simbolo del recupero di tutta l’area”.

Contemporaneamente, però, non ho mai compreso il suo atteggiamento nichilista e disfattista, le forme di autoesclusione dai circuiti che contano (in verità solo apparente), i suoi giudizi tranchant e che non ammettevano repliche, talvolta perfino poco approfonditi e al limite del gossip su molte opere e autori contemporanei. Soprattutto non ho mai apprezzato le valutazioni generiche di altri che ospitava nel suo blog Archiwatch, inutilmente conservatrici e qualunquiste, con attacchi nei confronti di chiunque provasse a proporre una qualsiasi procedura di trasformazione urbana o di innovazione architettonica; voci tra l’altro spesso anonime o sotto pseudonimo.

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