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Anniversari: “40 année de Beaubourg” – di Gabriello Grandinetti

Il Beaubourg, raggiungendo il suo punto di massima energia,  up-to-date, aggiornandosi di continuo sulle impellenze del futuro, come una macchina work in progress, chiama a raccolta il suo pubblico di estimatori per il brindisi del suo quarantennale che ricade  nel terzo millennio, quasi a vaticinarne una pulchritudo perennis.

Si, perché nonostante gli anatemi e gli esorcismi dei numerosi detrattori “Lui” è sempre lì, installato sul plateau Beaubourg, da cui il nome, come un gigante buono, sesquipedale come un ottovolante,  utile come un Black & decker,  più che conforme a un marchingegno extraterrestre sopravvissuto ad un riuscito atterraggio.

Baudrillard non esitò a definirlo supermarket della cultura (melting pot) contemporanea, sostenendo: “ E’  inutile incendiarlo, inutile contestarlo, andateci ! E’ il modo migliore per distruggerlo.”

 …Per consumarlo, per logorarlo, con i suoi trentamila visitatori al giorno che, va detto per inciso, costituiscono il vero successo del Centre Pompidou che il nostro regista Roberto Rossellini non mancò di filmare in forma anonima, riprendendone scorci inusuali incrociando gli sguardi magnetizzati di un pubblico di involontari spettatori – performers  convogliati  in quel tubo digerente che si inoltra, senza sosta, nel ventre della Balena. Una folla messa alla prova dal febbrile horror vacui e dallo stupore trasognato di chi è consapevole di essere partecipe di un evento che allora appariva in largo anticipo sul suo tempo.

Difatti Il Beaubourg veniva percepito come l’avverarsi di un’utopia plausibile, per lungo tempo rincorsa da studenti e addetti ai lavori dislocati al di qua di una condizione di ricerca fin troppo autoreferenziale quanto effimera.  Spesso richiamata su riviste patinate  di tendenza, come i ballon d’essai di ispirazione pop, degli Archigram  (vedi Plug-In City), Neo-Mastaba, Metabolism…  tesi alla collimazione del centro di una modernità high tech assoluta, ma affatto concreta. Ma che con il Beaubourg sembrava così a portata di mano, ontologicamente tangibile, reale,  ready- made! Pronta da usare.

Ebbene, proprio qui a Parigi,  nel bacino culturale della grandeur de la Ville Lumière  contrassegnato dal più elevato tasso di orgoglio nazionale, Renzo Piano & Richard Rogers  mettono a segno un vero  colpo da enfants prodiges aggiudicandosi, nel ’71, il concorso per il Centre Pompidou su 681 progetti in gara, orchestrato in quel clima rovente del post ’68,  in cui erano rimasti in pochi ad essere realisti, per chiedere l’impossibile. Piano e Rogers avevano finalmente reso tangibile un consistente frammento di quell’ Utopia.

Da lì alla cantierizzazione del progetto, eseguito come la scatola di montaggio di un meccano, oltrepassando il campo minato delle resistenze di Giscard d’Estaing che tentò di rigettare il progetto alla scomparsa di George Pompidou (1974), il Centro potrà finalmente essere inaugurato, col fermo sostegno del primo ministro Jacques Chirac , il 31 gennaio 1977.

 In barba al conformismo Beaux arts, complice forse anche la “barba nera alla Rasputin” di un giovanissimo Renzo Piano, il messaggio che passa, come fulcro delle riflessioni tra “contenuto e contenitore” è portato alle estreme conseguenze. In netta contrapposizione al concetto passivo di consumo mercificato dell’opera d’arte. Ma piuttosto introducendo un sistema di segni che dal contenitore, che qui riecheggia il fascino di una fabbrica semovente e i carichi sospesi delle gru, discenda a cascata sul contenuto. Ovvero  sui manufatti artistici, fino alle installazioni performative di arte visuale, spesso costituita da materiali deliberatamente “poveri”, recuperando la dimensione estetica di “Object –Trouvè”, elevando al rango di arte oggetti-reperto rinvenuti accidentalmente.   Ciò implicava un continuo travaso disciplinare tra architettura e arte, per mezzo di un rapporto di comunicazione non gerarchico, ma il più possibile “partecipato”.

Là dove l’immaginazione, sempre in procinto di “prendere il potere”, sembrava giocare un ruolo di riposizionamento semantico dei nuovi paradigmi percettivi di interazione fra il fruitore e l’opera d’arte, rispetto alla solennità  e la tensione spaziale che incutevano  gli edifici museali del passato.

Ma che il tempo logorasse anche le migliori intenzioni situazioniste era già in embrione. Lo Spettacolo, così come lo descrive Debord ,<< è sia il mezzo, sia il fine del modo di produzione vigente. (…) La Società dello Spettacolo ha dato impulso alla trasformazione della rappresentazione museale della storia dell’arte come “rassegna di ricordi” e quella contemporanea vi partecipa modificando continuamente il linguaggio, il senso e i significati desunti dal processo di globalizzazione>>.

E’ innegabile come tali contributi restino di stretta attualità ove rapportati alla tarda estetizzazione del modello museale inteso come status symbol, analizzato cioè attraverso la sua iconica evoluzione spaziale, in quanto “luogo performativo” per eccellenza adatto  alla condivisione di un rito collettivo. Vista la propensione dello star system culturale, a convertirsi in generatore di cospicui flussi di reddito nell’ottica dell’Infotainment, ( neologismo derivato dalla crasi tra information ed entertainment).

Per Bauman la produzione di massa di “materiale culturale “ non conduce al prodursi di qualcosa che possa sembrare “cultura globale” poiché la globalizzazione non significa unificazione culturale, costituendo il campo in cui negoziare  la cultura come merce del Mercato libero.

Attraverso un rapido sguardo retrospettivo, osserviamo come Giovanni Klaus Koenig ne: “L’invecchiamento dell’architettura moderna” introducendo, come conquista dell’estetica contemporanea, la nozione di “consumo” e di “entropia della comunicazione linguistica”, già negli anni ’60, poneva l’accento sul fatto che ogni forma, nell’affermarsi come espressione corrente, fosse soggetta a consumarsi divenendo luogo comune.  Perdendo ogni sua pregnanza comunicativa. Ne consegue che il linguaggio, in breve  tempo decade, sostituito da altre e nuove classi di segni.

In termini di lasciti culturali certamente il Centro Pompidou ha aperto nuove frontiere dell’appercezione, dando origine come epifenomeno collaterale a quel turismo di massa, originato prevalentemente dall’attrattività iconica dell’architettura museale, la cui connotazione di cattedrale secolarizzata  ha già definitivamente modificato la relazione vigente tra il fruitore e il luogo degli eventi.

Appare evidente come nel caos liquido contemporaneo riemergano continuamente i dubbi circa il continuo susseguirsi di neo avamposti  di libertà  espressiva che alimentano la frammentazione estetica  giunta ormai al grado zero della sua indeterminatezza.

Osservando il “Nuovo che avanza” nella nuova fisionomia del recente riassetto urbano del centro di Parigi , a pochi passi dal Beaubourg , una sorte diversa è toccata al quasi coetaneo “Forum des Halles” che nel ’79 aveva preso in consegna l’eredità dei mercati alimentari ottocenteschi in ferro e ghisa, convertiti in  un centro per attività commerciali presto superato. Oggi nuovamente rilanciati dal progetto degli architetti Patrick Berger e Jacques Anziutti con una copertura  vertebrata di vetro e metallo “La Canopèe”, sovrastante lo snodo HUB  più grande d’Europa della stazione RATP-RER Chatelet des Halles . L’impianto dissimula un enorme mantello ondulato, mutuato da facies aerodinamiche , che sopraelevandosi fino a 24 metri di altezza consentono uno stupefacente  effetto  en plein air.

  Analogamente un’ impalpabile leggerezza strutturale che richiama l’espressività formale di un “voile”  sotteso sul parterre  ipogeo del nuovo Dipartimento delle Arti Islamiche, nella Cour Visconti del Louvre, caratterizza l’incorporea onda iridescente progettata da Mario Bellini e Rudy Ricciotti.  Vicina e stilisticamente distante anni luce dall’algida  Pyramide  esoterica di Ieoh Ming Pei, nella cour Napoleon voluta  da Mitterrand nel 1989.  Due progetti la cui esemplarità sembra originarsi da  un’aspirazione alla condizione “fluttuante”, dell’architettura contemporanea , che  insinua metafore di improbabili onde gravitazionali dello spazio tempo.

Non siamo certi se anche il Beaubourg un giorno scalderà i motori e librandosi in aria volerà via lasciandoci con un palmo di naso, congedandosi con discrezione circense.

Anche “Il terzo uomo” vincitore anche lui del concorso in oggetto, al secolo Gianfranco Franchini architetto, anche lui di Genova, si è congedato con discrezione , come nel suo stile.  Proprio come si addice agli eroi, alla stregua di consumati guerrieri: nel momento della vittoria.  Franchini, trascurando di mettersi in posa per la foto ricordo, forse incuriosito da un’altra inquadratura, si è negato sino in fondo a cospicui dividendi  mediatici .  Ça va sans dire, sulle note di Paolo Conte, ci è sembrato di ascoltare un refrain :  due Pritzker  prize, e…“un gelato al limon “!

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