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Illuminare la bellezza – di Alessandra Muntoni

A proposito della “grande bellezza” di Roma, e della sua violazione dovuta alla luce troppo cruda delle lampade a led scelte avventatamente dal Comune per illuminarla, propongo di rileggere con gli amici della PresS/Tletter il brano conclusivo di Giovanni e Giuseppe, dialoghi di architettura, scritto da Cesare Cattaneo nel 1941 quando aveva 29 anni, dove appunto di Roma si parla, e si discute di bianco, di monumenti, del bello e di retorica.

«Uno dei pochi monumenti di Roma che io guardo con simpatia è l’ottocentesco Monumento a Vittorio Emanuele II. Quest’opera non ha ottenuto finora l’approvazione della critica e del pubblico, probabilmente perché vale qualche cosa e perciò disorienta gli incasellatori dell’intelligenza. L’hanno giudicata ibrida, greve, retorica, cafona, figlia del secolo e dei suoi vizi peggiori; ed è vero. Ma quei difetti, e i tanti altri che vi si possono scoprire, li dimentico facilmente quanto le sono davanti: in mezzo alla sfatta e masticata architettura dell’Urbe, e a quell’orgia rauca di Michelangeli e di Colossei, è un’esplosione di ingenuità e di timidezza, di pedanteria e d’ardimento; e tutto allora mi piace: lo spettacolo bianco rompiscatole di tutta la mole; le futuriste statue d’oro; la farragine appassionata degli ornamenti triti e taglienti, la massa enorme, americana, roba da matti, si pensa al nuovo ricco che ha paura di far papere in casa del marchese, e si vergogna di se stesso, però la sua sbagliata vergogna è più bella della sicurezza del marchese. Infine è un monumento che non si può dimenticare, e che ha i requisiti dell’originalità e della grandezza. Perché in esso risplende la forza unitaria di una buona intenzione, anche se corrotta dalle cattive intenzioni dell’epoca; e lo sforzo di chi vuole fare il meglio possibile, la cosa più bella del mondo, e non abbastanza furbo da “sapersi limitare”; ciò che manca in tante opere d’oggi, anche di architettura funzionale.

Ma che oggi manca soprattutto nei nemici dell’architettura funzionale, siano essi i nostalgici degli stili o i novecentisti di compromesso o i “superatori” delle avanguardie; quasi tutti schiavi della vanità e dell’affare, impotenti a compromettersi, armatissimi d’ironia, preoccupati più di soffocare l’avversario che di migliorare se stessi».

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