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Il nutrimento dell’architettura [67] – di Davide Vargas

Sugli infiniti terrazzamenti della costiera sorrentina c’è un ricco campionario di serre, limonaie, uliveti, frutteti, tutti costruiti [autocostruiti] con pertiche di castagno piantate su muretti a secco e varianti del tipo: teli di recinzione, strutture filiformi per pergolati di uva, pali ravvicinati come ringhiere, reti e scalette di accesso in pietra o legno, pagliarelle di copertura. Cammino tra i profumi dei finocchietti selvatici che in una giornata di inizio primavera si espandono tra i glicini i corbezzoli l’erica e il rosmarino e seguo un paesaggio strutturato. Ho letto che i muretti si chiamano “macere”.

Oltre un curvone compare l’architettura. Come se il percorso avesse preparato l’incontro. La prima impressione è che se ne aveva bisogno. Villa von Saurma di Bruno Morassutti costruita dal 1962 al 1964 con Aldo Favini si mostra da giù con la forza nitida della soletta di copertura. Bianca. Incurvata. Ribassata al centro e sollevata alle estremità. Poggiata su quattro colonne. Tesa come uno dei teli che coprono le limonaie. Una specie di tenda sui terrazzamenti del posto. È un’opera molto conosciuta, quindi non c’è da aggiungere altro.

Ma mentre il sole si riflette nelle vetrate e indora il pietrame dei muri, mi sembra che il paesaggio di cose così abbia un grande bisogno. Per essere sé stesso.

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