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Il nutrimento dell’architettura [69] – di Davide Vargas

Che cosa è Lettori selvaggi di Giuseppe Montesano? Un saggio, un’enciclopedia, un almanacco, un manuale, una infinita sequenza di voci, trasversali nel tempo e nello spazio, dai misteriosi artisti della preistoria a quelli di oggi, di ogni parte del mondo, o che altro? Puoi pensare di scorrere l’indice delle 2000 pagine e scegliere l’esistenza che più ti corrisponde. O quella che meno lo fa, e andare a cercare per affinità o lontananza il nesso, lo scopri leggendo, con i demoni e i tratti della tua di esistenza. Ma non è questo che fai. A me è capitato di restare incatenato alla cronologia dei rimandi. Uno dopo l’altro, come in un corpo unico, da romanzo, resistendo al richiamo, chessò, di William Carlos Williams [sconosciuto fino al Paterson di Jim Jarmush], o di Chaplin, o di Miles Davis, tanto per dire un infinitesimo delle correnti vorticose che questo fiume contiene. E ho capito perché. Perché il libro è la costruzione di una mitologia. Ognuno ha la propria. Dove convergono i libri che ha amato, i film che non si stanca mai di rivedere, i quadri e gli affreschi, le musiche e le musiche jazz che restano impresse nelle fibre della memoria, i sogni e le follie. E le poesie. Molte poesie. Inevitabili. Potenti. Immense.

Ognuno con i propri mezzi può declinare il romanzo della propria e innestare i nuovi arrivi. Montesano lo fa con una sincerità disarmante. Senza darsi arie [basti leggere il ringraziamento finale ai suoi studenti, commovente in questa nostra comune difficile terra].

E così mostra un percorso di nutrimenti.

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