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Il ciclo Generazione ’15-’18: Franco Minissi. Prospettive sulla Storia- di Massimo Locci

Il ciclo Generazione ‘15-’18, alla Casa dell’Architettura, continua con la mostra-convegno ‘Prospettive sulla Storia’, dedicata a Franco Minissi e curata da Beatrice Vivio.

La modernità e l’attualità della ricerca di Minissi è legata alla lievità e alla leggerezza con cui si pone rispetto agli ambiti storico-archeologici e al paesaggio; una visione in prospettiva dalla forte capacità comunicativa. La sua eredità, in particolare nel campo museografico fin dai primi interventi negli anni ’50, è caratterizzata dalla forte sperimentazione nel metodo, sia come contributo teorico (in anni in cui, tra l’altro, si elaborava la Carta di Gubbio), sia di tipo operativo, sintetizzabile nella valorizzazione delle opere e dei ritrovamenti archeologici in situ, in linea con la posizione sostenuta da Cesare Brandi, De Angelis D’Ossat, Bruno Zevi e altri.

Grazie al fattivo dialogo tra storici/curatori dei musei e progettisti e alla loro ricerca, il concetto stesso di tutela e valorizzazione acquista un diverso significato; diventa rilevante perché interpreta i contesti antichi come strutture vive e portatrici di valori contemporanei.

Minissi, continuando e sistematizzando l’approccio di Franco Albini, progetta architetture moderne, essenziali nel linguaggio ma sempre riconoscibili, innovative e stimolanti un pensiero critico-interpretativo dei luoghi. Pertanto immagina interventi non mimetici e che si rapportano per differenza con le preesistenze; semmai specificativi dei valori dei siti e dei materiali esposti. Intendendo mantenere fortemente integra l’indipendenza sintattica e figurativa delle tre componenti – spazio preesistente, opere esposte e allestimento museale – rende stimolante e dinamica la relazione antico-contemporaneo.

Grazie a morfologie euclidee, ai giochi di luce e trasparenza, al tema della sospensione (spesso realizza strutture levitanti) e alla leggerezza Minissi sviluppa un lessico originale, aperto alle nuove tecnologie e ai materiali innovativi. Un processo ampio e complesso che non si limita alla semplice conservazione/valorizzazione del singolo edificio, come in ogni buon restauro, ma introduce soluzioni astratte e meta-concettuali, che ora ricostruiscono virtualmente le morfologie originarie, ora introducono componenti sociali/antropologiche/didattiche nell’intervento.

Franco Minissi nasce a Viterbo nel 1919, frequenta la Facoltà di Valle Giulia negli anni ’30, ricevendo una formazione accademica, eclettica e in parte classicista, ma con una forte componente teorica, declinata sia come valenza storico-tipologica, sia come analisi disciplinare complessa, integrata con il pensiero filosofico e artistico. I riferimenti alle ricerche visuali, però, si limitano sostanzialmente all’Arte classica e antica; mentre l’attenzione alle procedure e all’approccio tecnologico è ancora fortemente legato alle modalità costruttive tradizionali.

Dopo la laurea (1941), Franco Minissi è coinvolto da subito nella didattica all’università; con Ciro Cicconcelli, Giuseppe Perugini, Uga de Plaisant, Giuseppe Zander collabora con Enrico Del Debbio. Insegna poi museografia all’Università Internazionale dell’Arte di Firenze e dal 1974 insegna Restauro dei Monumenti alla Sapienza, sia nei corsi di laurea alla Scuola di Specializzazione, infine dal 1980 diviene Ordinario di Allestimento e Museografia, con un impegno vissuto come missione, che ha seminato idee e approcci trasmessi a più generazioni di progettisti.

Professionalmente, finita la fase della ricostruzione post-bellica con vari interventi di edilizia residenziale, Minissi è impegnato in importanti concorsi di progettazione, allora come ora una straordinaria opportunità per i giovani. Con Maurizio Sacripanti partecipa ai concorsi per la Biblioteca di Torino e per il Quartiere residenziale a Verona. La stessa sua opera più nota e controversa, la Sistemazione della Villa del Casale a Piazza Armerina, è esito di un concorso.

Da questa esperienza emerge una visione dell’architettura strutturata come un percorso nella complessità: lavora sull’innovazione dei materiali e delle soluzioni tecnologiche per ottenere leggerezza e trasparenza.

Significativi, molteplici e pluridisciplinari sono i suoi riferimenti culturali, tipici di una fase dinamica come quella italiana del dopoguerra, un’epoca di forti aperture alle esperienze internazionali in cui gli architetti italiani diventano protagonisti del dibattito, introducendo e sostenendo temi di analisi e progetto insondati e innovativi. Segnatamente la reversibilità delle nuove strutture e la distinzione tra le parti, creando layer tra i diversi linguaggi, antichi e moderni, tra piani visivi concreti e virtuali.

Sul piano progettuale questo dialogo trasversale dell’architettura con la storia ha sostenuto il valore della stratificazione dei linguaggi e della Multimedialità. Minissi utilizza l’hight tech nel campo del restauro, in cui l’effetto ‘palinsesto’ rappresenta una modalità scientifica per distinguere i vari periodi e un nuovo valore espressivo che valorizza le dissonanze. Approccio che gli vale sia il Premio IN/ARCH nazionale nel 1964, sia quello regionale nel 1969 per la chiesa del S. Salvatore a Palermo.

Infiniti gli interventi di Franco Minissi di carattere museografico e in ambiti archeologici a Gela, nella Valle dei Templi, ad Agrigento, Siracusa, Roma, Cerveteri, Tarquinia, Viterbo, Ancona, L’Aquila, Pescara, Foggia, Lecce, Taranto, Crotone, Vibo Valentia. Con l’UNESCO lavora, inoltre, in Turchia, in Ghana, in Egitto, in Messico, in Tunisia.

A causa della delicatezza delle soluzioni adottate, forse troppo in anticipo per i tempi sofisticate che necessitavano di manutenzioni continue e di sostituzioni periodiche delle parti ammalorate, mai realizzate, proprio i più rilevanti sono stati distrutti, in toto o in parte. Faccio riferimento alle sistemazioni delle Mura di Capo Soprano a Gela, al teatro di Eraclea Minoa, al Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma e alla valorizzazione della Villa romana a Piazza Armerina.

Oggi per salvarli dall’incuria e dal degrado sarebbe necessario un ‘Restauro dei suoi Restauri’ e, soprattutto, una cultura e una sensibilità equivalente a quella dei Sovrintendenti di allora che è difficile rintracciare tra i funzionari attuali del MIBACT.

 

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