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La cucina di Francoforte è nata a Vienna – di Alessandra Muntoni

Lo spiega molto bene Sophie Hochhäusl, vincitrice della nona edizione del premio Bruno Zevi, con un saggio che è stato presentato nella sede della stessa alla Fondazione il 28 aprile scorso. Per la precisione: a Vienna durante la prima guerra mondiale che aveva costretto la popolazione della capitale dell’Impero austroungarico in condizioni di miseria e di fame. Tanto che viene data ai cittadini la possibilità di coltivare cibi di sussistenza nelle terre demaniali, nei parchi e negli orti urbani sorti un po’ dovunque. Sono proprio quelle condizioni di estrema povertà, sostiene l’autrice, ad aguzzare l’ingegno di Grete Schütte-Lihotsky, neolaureata in architettura, così da trovare soluzione all’esigenza di reperire, cuocere e conservare cibi per la famiglia con mezzi di estrema frugalità.

Nasce così la Kochbeutel, la cassa di cottura, vero e proprio simbolo di una “strategia di sopravvivenza in stato di emergenza”. In pentole affondate in materiale coibente si metteva cibo preriscaldato, per completarne la cottura grazie all’isolamento termico. È il primo passo per la progettazione della “cucina abitabile”, costruita in mattoni e legno dalla ditta edile Gesiba ed esposta nella “Mostra di case, insediamenti e orti demaniali” allestita nel 1923 davanti al Municipio di Vienna. Nella Kernhaus Tipo 7, progettata interamente da Grete, la cucina diventa il fulcro di un modo di abitare nel quale l’economia domestica, i movimenti attentamente programmati, gli utensili che risparmiano sia l’acqua sia i metodi di riscaldamento, sono gli elementi base. Adolf Loos, che stava contemporaneamente realizzando le sue Siedlungen con case a schiera e orto per il Comune di Vienna, lavora nella stessa direzione. L’idea, però, stenta ad affermarsi.

La svolta avviene Francoforte tra il 1926 e il 1931 con i quartieri popolari di Ernst May, dove la Frankfurter Küche, disegnata da Grete nei minimi particolari ma prefabbricata in materiali metallici, è installata in tutti gli alloggi. Segni di pauperismo anche qui, però, spiega Hochhäusl, perché, ad esempio, quel bell’azzurro della cucina di Francoforte non è dovuto a una scelta estetica e tantomeno a un’aspirazione mediterranea ‒ così presente nella scuola di Vienna ‒, quanto invece a una scelta economica: una ricerca scientifica aveva infatti individuato in quel colore un antidoto agli insetti, per cacciare i quali sarebbe stato troppo costoso installare apparecchi elettrici. L’industria della cucina prefabbricata, elemento chiave della casa moderna, ha ormai preso il suo irresistibile avvio che né la crisi del 1929, né la seconda guerra mondiale varranno a frenare.

Nel secondo dopoguerra, tuttavia, essa diventerà lo status simbol della casa borghese e non di quella popolare. Un confronto serrato col taylorismo, con la tradizione della cucina americana e soprattutto col contributo femminista attivo fin dall’Ottocento in questo settore, può spiegare ancor meglio i tempi necessari, e le resistenze, alla diffusione delle innovazioni tecniche nello spazio domestico.

 

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