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presS/Tletter n.16 – 2017

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[01] EDITORIALI

LPP

10 riflessioni su Facebook

FB (1)
Chi scrive un libro, lo scrive per l’umanità, che è un’idea astratta. Chi scrive per FB lo fa per un pubblico. Che ha delle reazioni. Si tratta quindi di due modalità molto diverse di scrittura.
FB (2)
Anche i libri suscitano reazioni (per esempio le recensioni) ma il processo ( stimolo, risposta, risposta alla risposta) è lento e quindi tende a perdersi. E difatti le recensioni ai libri sono sempre di meno, molte sono teleguidate, poche suscitano dibattito.
Cosí chi scrive un libro lo fa per non avere risposte: scrive per l’eternità e l’umanità alla quale pensa è l’occhio di Dio.
FB (3)
Chi scrive per FB scrive per un uditorio preciso, di cui spesso conosce nomi, cognomi, preferenze. E scrive per stimolare una risposta. Chi scrive dicendo di essere disinteressato al numero dei like che riceve, ha sbagliato medium.
FB (4)
Su FB un post dura al massimo un paio di giorni. Come nella trasmissione verbale, quello che si dice è facilmente dimenticato. C’è, diversamente dai libri, spazio per contraddirsi.
È quindi possibile presentare il pensiero nella sua fluidità, il pensiero vero che giorno dopo giorno ritorna sulle proprie idee e le mette a punto.
FB (5)
FB non è né pensiero orale (e, infatti, è scritto), né pensiero scritto, così come lo conosciamo dai libri ( e, infatti, è fluido e contraddittorio).
Permette di tornare al pensiero come continua conversazione e, nello stesso tempo, conserva, in quanto scrittura, una certa distanza critica.
FB (6)
Su FB si può sempre ritornare e correggere (e tutte le versioni rimangono in memoria).
È uno strumento quindi molto sciatto: posso scrivere di getto compiendo errori di battitura, di grammatica e di senso. Ma anche molto sofisticato: posso raffinare lo scritto, anche in funzione delle correzioni suggerite dagli interlocutori.
FB (7)
Per molti, FB rassomiglia al bar dove si chiacchiera senza costrutto. E in effetti c’è anche questa dimensione che non è solo conviviale. Come accade quando le persone fanno gruppo, si creano dinamiche complesse con relative conflittualità tra coloro che vogliono primeggiare e frustrazioni da parte di coloro che sono emarginati o esclusi.
FB (8)
Oltre ad essere uno strumento (devastante) per ritovare antichi amori, FB è il medium privilegiato per produrre rancori e rompere amicizie.
Il meccanismo è semplice e infernale: si discute in presenza di un pubblico che ci giudica e che noi non vediamo. Motivo per il quale cerchiamo sempre l’ultima e percepiamo qualsiasi critica, anche lieve, come un affronto insopportabile.
FB (9)
Per sopravvivere su FB occorre evitare battibecchi. Si lancia un post e alle reazioni degli interlocutori non si risponde. Salvo che non siano particolarmente pertinenti e importanti per sviluppare il punto.
FB (10)
Come in tutta la comunicazione scritta, mancano le connotazioni (amichevole, ironica, scherzosa, offensiva) date dalla voce. Dialogare senza questi strumenti è oltremodo difficile. Ecco perchè occorre usare gli emoticon, oltre ad essere attenti a scrivere in modo da essere travisati il meno possibile.

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Alessandra Muntoni

 

Padiglioni didattici

Il padiglione londinese Serpentine-2017 progettato da Francis Kéré, una corte circolare e sinuosa realizzata con mattoncini azzurri e coperta con un cono rovesciato sostenuto da sottili tralicci metallici, mi ha sollecitato per vari motivi.

Intanto mi è apparso subito familiare. Mi ha ricordato il padiglione di Ico Parisi presentato alla Triennale del 1954, ora piccola biblioteca al Parco Sempione di Milano. Un ricordo che risale al Corso di Geometria Descrittiva II, per il quale noi studenti dovevamo presentare grandi tavole con prospettive eseguite con le regole. Il Prof. Orseolo Fasolo ci aveva assegnato questo edificio, forse perché presentava qualche difficoltà: ognuno degli spicchi che componevano la copertura, in quel caso a lieve spirale, aveva infatti ben tre punti di fuga. Disegno formativo: un’opera aperta che questa riedizione di Kéré attualizza in modo molto fresco e convincente, soprattutto perché non contiene nulla. È un evidente esercitazione architettonica.

Un secondo ragionamento riguarda la serie storica dei padiglioni presentati alla Grandi Esposizioni che hanno un po’ fatto la storia dell’architettura moderna e contemporanea: Mies a Barcellona, Aalto a New York, José Luis Sert e Picasso a Parigi, fino a Libeskind all’Expo di Milano. Si può senz’altro sostenere che quei modelli, sprigionanti una forza dirompente negli anni Venti quando si stavano formando i nuovi contenuti e i nuovi linguaggi del modo di fare architettura, hanno via via perso mordente. Oggi appaiono garbate esercitazione su tema, magari per ribadire il raggiunto senso comune del progetto del mondo di oggi. Kéré, da questo punto di vista, seguendo il sentiero tracciato ai Kensington Gardens da Hadid, Niemeyer, Toyo Ito, Selgas-Cano e altri, non fa eccezione.

Una terza questione riguarda lo stesso Francis Kéré, un architetto del Burkina Faso, laureato a Berlino, e già premiato con il Global Award for Sustainable Architecture  per le sue originali opere costruite con materiali poveri nella terra di origine. Burkina Faso è una Nazione africana tuttora attraversata da ondate di migranti che, provenendo dal sud e procedono per il Niger giungono alle coste della Libia per imbarcarsi verso l’Europa. Spesso, però, sono ricacciati indietro al confine tra Niger e Libia, dove subiscono le angherie dei trafficanti e dei carcerieri che li sequestrano per chiederne il riscatto. Per arrestare questo flusso, il governo Gentiloni dovrebbe prendere la decisione di inviare, in accordo con l’UE, un contingente di soldati e mezzi italiani con vocazione “umanitaria” proprio in quel pericoloso confine.

Per tornare al padiglione Serpentine in questione, la sua grazia e leggerezza sembra mille anni luce lontano dai drammatici orizzonti odierni, anzi sembra iniettare una carica di ottimismo, persino di buon umore, a una politica europea incapace di agire per superare questa e altre tragedie, nonché incline al pessimismo. Se è così, non si può che ringraziare Kéré: l’Africa può insegnarci qualcosa.

 

Massimo Locci

Madre Teresa di Calcutta a Ponte Nona

 

Tra i pochi elementi di qualità architettonica nella periferia romana si segnalano i nuovi edifici di culto, cui storicamente Roma è inscindibilmente legata.

Se analizziamo il solo settore est, tra la Collatina e l’Anagnina, si può realizzare un interessante itinerario specifico, con pregevoli opere realizzate negli ultimi decenni. Inizierei con Santa Maria della Visitazione di Saverio Busiri Vici in via dei Crispolti, la prima realizzata in ordine temporale, e  chiuderei con l’ultima consacrata per il Giubileo della Misericordia,  la parrocchia di Madre Teresa di Calcutta, realizzata da Marco Petreschi a Ponte di Nona. Tra le due, un numero rilevante di opere che coniugano, con gradi diversi, le finalità universalistiche della religione e quelle sociali dell’architettura: la più celebre è la Chiesa Dio Padre Misericordioso  a Tor Tre Teste, emblema del Giubileo del 2000 progettata da Richard Meier.

La realizzazione di architettura sacra, grazie a due importanti concorsi promossi negli anni ’90 dal Vicariato (quello per le cinquanta nuove chiese e quello ristretto a cinque grandi firme internazionali per la  Chiesa del Giubileo), ha offerto alla città di Roma rilevanti opportunità in termini di ricerca formale e di innovazione tecnologica. Talvolta costituendo una sfida della modernità senza compromessi, come la chiesa al Quartaccio, progettata dallo studio Nemesi.

In adesione con il Magistero post-conciliare, gran parte dei progetti realizzati in questi anni coniugano ascetismo e minimalismo espressivo, definendo una nuova alleanza tra Chiesa e Società, tra spazio sacro e spazio profano, tra liturgia e ritualità dell’arte. Fra le più interessanti in tal senso, la chiesa di S. Maria Josefa a Ponte di Nona, progettata dallo Studio Garofalo-Miura, con una forte valenza urbana ed espliciti accenti laici, e la chiesa di Nostra Signora del Suffragio a Torre Maura, che Carlo Berarducci  ha immaginato come un blocco introverso con superfici cieche in mattoni. L’impianto quadrato  con 4 torri d’angolo circolari si può leggere come un omaggio alla monumentalità romana rivisitata attraverso la poetica di Louis Kahn.

Non lontana da queste opere citate è  la chiesa di Tor Vergata dello Studio Valle, che reinterpreta le strutture formali della vela e del muro, unificandole attraverso il filtro simbolico della luce e dei riflessi. Sempre a Tor Vergata, all’interno della seconda Università, Vittorio De Feo ha realizzato la cappella di S. Tommaso d’Aquino, tentando una difficile mediazione tra i linguaggi ieratici della classicità ed i giochi compositivi della ricerca moderna.

Ancora a Tor Vergata, l’ideale percorso intercetta la chiesa di S. Margherita Alacoque, progettata da Italo Rota, caratterizzata dalle morfologie eccessivamente elementari (realizzate  con panelli plastici colorati e reti metalliche di tipo industriale), che a molti è apparsa come inadeguata a rappresentare la dimensione spirituale dell’istituzione religiosa. Non a caso, per mitigarne l’aspetto eccessivamente astratto, l’interno è stato affidato a Marco Petreschi che aveva realizzato lo spazio, dal grande effetto scenografico e paesaggistico, per il raduno dei giovani per il Giubileo del 2000.

Il tema dell’astrazione è, peraltro, fin troppo evidente nella chiesa di Tor Tre Teste di Meier. Le atipiche morfologie a vela, in virtù anche dell’asetticità materica e della monocromaticità, rievocano insolite ascendenze luterane.  Per molti l’opera, inoltre, appare troppo netta per appartenere al luogo e per creare un nuovo contesto urbano.

Vittorio Sgarbi, che in verità non ha mai apprezzato l’architettura contemporanea, in un articolo pubblicato nel 2009 annotava non senza ragione: “Evidentemente gli architetti, soprattutto quelli di grido, non riescono a superare le loro convinzioni atee e si applicano a una chiesa come un supermercato, prima di tutto negando lo spirito di elevazione che l’architettura nella sua vastità intende indicare. Ecco quindi la predilezione per le scatole e un linearismo funesto.”

Ritornando all’itinerario descritto, la giusta conclusione è la parrocchia di Madre Teresa di Calcutta a Ponte di Nona, realizzata in soli due anni da Marco Petreschi seguendo principi opposti a quelli citati da Sgarbi. Progettata per realizzare uno spazio pubblico e conferire riconoscibilità a un’anonima periferia, essa appare come un miraggio inatteso in un paesaggio di viali eccessivamente larghi e di un’edilizia anonima. Il  complesso ecclesiastico s’incarica di  definire anche un principio di identità urbana, uno spazio per l’incontro sociale e non solo per l’accoglienza evangelica.

Il complesso è caratterizzato da pochi elementi formali con rapporti equilibrati e con un misurato linguaggio espressivo. Unico elemento canonico è il campanile, reso scultoreo dalla stratificazioni di lastre libere e traforate, mentre il corpo della chiesa è definito da un simbolico volume prismatico a sezione triangolare, simboleggiante una dimensione ascetica, un’architettura proiettata verso il cielo.

La chiesa-simbolo del Giubileo della Misericordia,  fortemente voluta da papa Francesco, ci accoglie con un volume basso, a ‘misura d’uomo’ e non a scala monumentale come la maggior parte delle architetture ecclesiastiche, perché vuole “farsi simbolicamente carico di poveri, ammalati e gente comune, invitando ad elevare lo sguardo – spiega Marco Petreschi – verso quella sacra ascesi mistica a cui guardava Madre Teresa e che nella chiesa è testimoniata dall’imponenza di un campanile formato da tre gigantesche lamelle in pietra stilizzate su cui è incastonata una grande croce a simboleggiare il cuore della fede cristiana, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo“.

All’esterno l’omogeneità della materia (facciate integralmente rivestite dal candido travertino romano) esalta l’articolazione dei volumi. All’interno la luce, declinata con tutti i suoi significati spirituali e grazie a tagli variati da pavimento a soffitto,  diventa un efficace strumento  per creare un’inversione sintattica della percezione materica: la superficie unitaria diventa semitrasparente e  sembra essa stessa sublimare, da pesante diventa progressivamente sempre più leggera.

La continuità lineare delle pareti s’interrompe nell’abside che “nella sua plasticità – spiega ancora Petreschi – visualizza la tenda dell’incontro e al contempo l’idea di passaggio dal terreno materiale all’immateriale celeste“.

Come aveva già sperimentato nella chiesa a quadriportico di S. Tommaso Apostolo all’Infernetto, Petreschi utilizza elementari volumi euclidei e li articola nello spazio con rotazioni, slittamenti, curvature e incastri per realizzare morfologie complesse e polidirezionate. L’esito formale, caratterizzato dalla chiarezza dell’impianto e dalla semplicità decorativa,  in entrambe le opere ha una forte spiritualità e, in questo caso specifico, in piena sintonia con la lezione di Madre Teresa sintetizzabile in “accoglienza e attenzione per gli ultimi “.

[02] FLASH

FREE DOWNLOAD: LPP Breve corso di scrittura critica

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[03] BLOG

Architettura : quali correnti di pensiero seguire ?‬
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