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Vito Acconci – di Massimo Locci

Il 27 aprile è scomparso Vito Acconci, figura trasversale nell’esperienza artistica contemporanea. Nato a New York nel 1940 da genitori italiani, pur senza una specifica formazione o laurea, è stato poeta, scrittore, filosofo, artista, performer, fotografo, paesaggista, designer e architetto. Personalità complessa e dall’energia inesauribile, ha fornito un contributo di assoluto valore in tutte queste discipline, tenendo sempre alto il registro teorico e operativo, legando la dimensione performativa all’insegnamento in prestigiose Università (tra le altre Cooper Union, Yale, Parsons School of Design, Pratt Institute).

Si potrebbe dire, con una pomposa dichiarazione che non gli sarebbe per nulla piaciuta: “è uno di quei rari talenti naturali che, ogni tanto, emergono dai meandri della storia”. Certamente è stato un intellettuale dalla carica messianica che ha affrontato in modo originale e inquieto i temi della complessità contemporanea, della scrittura e del pensiero socio- filosofico, del paesaggio e dello spazio di vita dell’uomo, dell’arte e della progettazione architettonica.

Partendo dalla poesia ( ha pubblicato il pluripremiato ‘0 TO 9’ con Bernadette Mayer alla fine degli anni ’60) Vito Acconci ha intercettato la valenza urbana (La città di parole), poi ha sommato l’esperienza della body-art con la dimensione performativa, trasformando la gestualità in evento sociale e spazio attraversabile. In architettura, insieme con Acconci Studio (un think-tank costituito alla fine degli anni ‘80 per progettare di spazi urbani, parchi e oggetti di design), ha dimostrato un’insolita attitudine alla sperimentazione di materiali e processi, concretezza intuitiva e una curiosità giocosa per gli accostamenti inediti, per le nuove possibilità espressive.

Contro il  disastro ecologico dell’urbanizzazione contemporanea si è a lungo battuto per differenti modelli di sviluppo, alternativi nella concezione, nella forma e nell’uso. La sua opera architettonica più nota, non a caso, è il Murinsel, o isola artificiale sul fiume Mura a Graz, progettata in occasione di Graz Capitale della Cultura 2003.

L’isola galleggiante ha un’avveniristica morfologia plastica, non immune da incursioni utopiche e allusioni simboliche. L’insolita macchina ibrida e mutevole si attraversa e si fruisce stabilmente dall’interno, è contemporaneamente uno spazio per l’incontro e un landmark territoriale, è in parte scultura e in parte dispositivo interattivo urbano.  Frutto di una geometria organica e topologica, come le forme libere della sfera naturale, il Murinsel rifiuta il mimetismo ambientale e non accetta l’annullamento dell’opera nel contesto urbano. “Ci è stato chiesto– Vito Acconci in un’intervista a Massimiliano Scuderi – di attraversare un fiume che corre lungo la città fino a un’isola, e di intervenire lì creando una struttura che avesse tre parti: un teatro, un caffè e un’area di ricreazione. Così siamo partiti dall’idea convenzionale di teatro, dalla forma di una ciotola, che poi abbiamo rovesciato facendola diventare una cupola. Quindi ora la struttura ha un teatro, una cupola che contiene lo spazio di un caffè e una zona centrale curva, un’area di ricreazione. Nella cupola-caffè abbiamo cercato di riprodurre l’interno come l’esterno, si cammina sotto un canapè, al di là del vano della porta d’ingresso, e poi il canapè s’incurva verso il basso per circoscrivere il salone all’interno della cupola e dei suoi confini”.

Acconci concepisce l’architettura come una narrazione poetica che deve sorprendere e affascinare per la sua morfologia e per la possibilità di essere vissuta in maniera totale: l’opera è un campo operativo su cui sintetizza le linee energetiche che agitano la composizione, in cui le forze centrifughe si proiettano nel paesaggio e i piani curvi, in forma di nautilus aperto, creano artifici scenici, tra quinte trasparenti e travasi percettivi. Nelle trame tra superfici orizzontali e superfici verticali, non è facile distinguere tra realtà e virtualità della percezione: sospeso tra densità e rarefazione, il gioco scultoreo definisce uno spazio fluido e in continua mutazione.

Il tema della mutazione ha sempre attraversato la sua ricerca. L’ha declinato sia come modificazione del corpo sia dell’habitat e dello spazio. Nella celeberrima facciata della Strorefront Gallery di New York, realizzata nel 1992 con Steven Holl, i 12 pannelli girevoli consentono di azzerare la distinzione tra esterno e interno; attraversando la poetica situazionista l’opera si costituisce come evento urbano per creare invasi spazialmente stimolanti e stimolare comportamenti liberi e spiazzanti nella fruizione.

In copertina: Storefront for Art and Architecture by @Steven Holl (http://www.stevenholl.com/projects/storefront-for-art-and-architecture)

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