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Accordi discordanti – di Alessandra Muntoni

Una recente intervista ad Alberto E. Colla, teorico dell’arte musicale dell’ultimo secolo, mi ha introdotto nella dimensione affascinante quanto impervia degli “accordi simmetrici” e delle “simmetriche terre promesse” dell’armonia contemporanea. A differenza di quanto si può supporre da queste frasi, siamo ben lontani dall’armonia tradizionale, mentre ci inoltriamo nella post-dodecafonia, dove quegli accordi, diciamo così, pluridimensionali, tendono ad estendere quelli armonici della scala temperata, introducendo distorsioni sonore che accolgono la dissonanza come cemento compositivo. Ma così facendo, usando simmetricamente i toni e i semitoni che separano le singole note, l’accordo si ferma fuori dal tempo, quasi fosse obbligato a restare immobile e separato dal resto. La composizione diventa così una sequenza di accordi stirati e di pause. Ovviamente non so se ho capito bene, ma ho subito acquistato il libro di Colla Trattato di armonia contemporanea per comprendere meglio la logica di queste strutture sonore.

A lezione, Bruno Zevi ci parlava spesso di Schönberg, e di come egli avesse “emancipato” la dissonanza, collocando i dodici suoni in una condizione di parità assoluta, al di fuori della tonalità; in quelle dissonanze, collocate però insieme all’asimmetria, egli individuava la seconda invariante del linguaggio moderno dell’architettura. Per spiegare la scomposizione De Stijl ai miei studenti, io stessa ricorrevo alla similitudine tra i dodici suoni della scala temperata e i dodici suoni di De Stijl (tre rette; tre piani cartesiani; tre colori: giallo-rosso-blu; tre non colori: bianco-nero-grigio), elementi del gioco dinamico dello spazio-tempo neoplastico. Ancora più sconcertante è la somiglianza tra la rappresentazione grafica della dodecafonia di Schönbeg, Berg, Webern e Stockhausen che ho trovato nel libro di Colla e alcune immagini di Libeskind o di Geordie Shaw.

Colla spiega come lo stesso Schönberg, in particolare nel periodo americano, avesse rivalutato le funzioni tonali e le armonie naturali, mentre Berg fosse rimasto fedele alla teoria dodecafonica, ispirandosi però anche a procedimenti legati alla natura delle simmetrie. Webern, poi, avrebbe seguito un percorso unidirezionale, esaurendo nei suoi “aforistici capolavori le risorse musicali della dodecafonia più severa”.

Da sempre musica e architettura sono state affiancate come risultato di processi tra loro similari. Non rimane che munirci di una tastiera e tentare di verificare le misteriose regioni della post-dodecafonia: ci potrebbero perfino aiutare a padroneggiare nuove scritture architettoniche.

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