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Gli architetti amano l’ordine – di Christian De Iuliis

L’ordine professionale, al pari del condominio e della famiglia allargata, è un esempio di quelle cose alle quali, se ce ne fosse la possibilità, non aderirebbe nessuno. Ad esempio gli architetti stanno nel loro ordine professionale come i pendolari sulla circumvesuviana: scomodi, a volte turandosi il naso e perché non hanno altra scelta.

Gli ordini professionali, così come li conosciamo oggi, sono figli di una norma del 1937, secondo la quale: “possono esercitare la professione solo (…) coloro (…) di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione”. Non a caso vennero chiamati ordini, che più che il nome di un associazione di professionisti sembra quello di un corpo militare.

Oggi, in assenza di regime e dunque di guida spirituale, è complesso stabilire chi sia dotato o no di “specchiata condotta morale e politica”. Probabilmente con i parametri in vigore nel ’37, l’ordine conterebbe meno iscritti e ci sarebbe molto meno concorrenza in giro. Si tratta di un insospettato aspetto positivo al quale non si da sufficiente peso.

Il primo approccio con l’ordine è l’iscrizione, che avviene dopo aver superato un esame, detto “di stato” perché chiamarlo “del cavolo” pareva brutto. In alcuni casi, anche al termine di un periodo di praticantato, che anche in questo caso, chiamarlo “lavoro gratis” suonava male. Per renderti un affiliato a tutti gli effetti, l’ordine, subito dopo l’iscrizione, ti affida un timbro. La consegna del timbro, pur se solitamente consumata senza nessuna cerimonia, è piuttosto solenne perché fa dell’architetto un professionista in grado di esercitare a tutti gli effetti. Per questo motivo si discute sovente di architetto P.T. e architetto D.T., ovvero prima e dopo il timbro. Nel primo caso si dovrebbe parlare semplicemente di dottore in architettura, buono per spostare faldoni in biblioteca, diventare insegnante o starsene a sorseggiare vino bianco al bar in attesa di sposare qualcuno/a ricco/a. Nel secondo caso, invece, si parla di architetto che esercita, idoneo ad apporre firme e di conseguenza a ricevere la visita dei carabinieri a casa a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il timbro rappresenta lo strumento essenziale per la vita lavorativa di un architetto, come la spada per re Artù o il pallone per Cristiano Ronaldo, per questo motivo quando si macchia di gravi delitti, l’ordine può decidere di sanzionarlo e di sospendergli proprio l’uso del timbro, oppure, in casi molto gravi, di sottrarglielo. Si tratta però di un epilogo raro perché, in realtà, l’ordine è molto meno rigido del nome che porta.

Nelle intenzioni dell’ordine, un timbro è per sempre, come un diamante ma molto meno brillante e prezioso, infatti in molti casi sono spontaneamente gli architetti a restituirlo, gratis, all’ordine perché hanno capito che, sostanzialmente, è una fregatura.

Ma gli architetti (in fondo, in fondo) amano l’ordine e l’ordine ricambia, infatti non si dimentica un solo giorno di loro e non li abbandona mai. Come un labrador retrievere. Ne è prova la continua organizzazione di seminari e dibattiti che si occupano di qualsiasi cosa, quasi mai utile, la spedizione mensile della rivista e la richiesta della quota societaria che, in caso di aumento, è accompagnata da una lettera di scuse più commovente di una puntata de “Le avventure di Remì”.

Tutti gli architetti trovano però il denaro e il modo per rimanere iscritti all’ordine, ma non solo perché ne sono costretti ma perché si sono affezionati ai divanetti che si trovano all’ingresso e sognano un giorno di ricevere la medaglia in finto argento per i 50 anni di fedele appartenenza.

Comunque oggi l’ordine non è il solo obbligo al quale l’architetto è costretto. Gli va aggiunto ovviamente la cassa contributiva, l’assicurazione professionale, il conto corrente, la firma digitale e i crediti formativi, a causa dei quali proprio gli ordini stanno vivendo una nuova stagione di popolarità. Al pari del morbillo.

In questi giorni presso le rispettive sedi provinciali si vota per il rinnovo dei consigli dell’ordine. Tutte le volte che capita mi chiedo sempre cosa spinga decine di persone, anche perbene, a candidarsi. Per questo motivo leggo con attenzione le intenzioni e i programmi che mi vengono spediti ma non ci trovo mai la risposta. Tuttavia, pur praticando con assoluta costanza l’astinenza politica, quando ricorrono le elezioni all’ordine degli architetti, non riesco mai a sottrarmi al piacere di esprimere la preferenza per qualche mio amico, tanto coraggioso da decidere di provare a cambiare qualcosa, in questo paese dove non cambia mai niente.

(Illustrazione: F. Depero – “Bacio a Venezia”, 1944-46)

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copertina L'Architemario x sito

 

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