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Il nutrimento dell’architettura [74] – di Davide Vargas

 

Ho fatto un viaggio a Tokyo ed ho visto molta architettura 5.

Ci sono le strade del lusso. Da Ginza a Omotesandō una sequenza di edifici con grandi firme in una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo. Ci sono tutti, da Renzo Piano a Shigeru Ban, da Toyo Ito a MVRDV. Alle due estremità opposte di Omotesandō il volume evanescente vaporoso, direi addirittura fluido se ciò fosse possibile in una geometria così definita, infine raffinato dell’edificio Dior di SANAA, e il volume sghembo, la pelle traslucida, la tessitura dell’involucro romboidale piatta ma anche concava convessa irregolare, e lo strapotere comunicativo dello store Prada di Herzog & de Meuron si contrappongono in un dialogo tra pari.

Dopo tanta passerella c’è bisogno di aria. A portata di mano, dietro un filare di bambù, discreto, ecco il NEZU MUSEUM di Kengo Kuma. Un uomo in maniche di camicia e cravatta toglie le foglie secche dal pavimento che gira intorno all’edificio e le adagia tra i ciottoli neri in prossimità dei bambù. Dentro, una penombra tranquilla, sotto le coperture di piastrelle che si abbassano sulle vetrate, tra rivestimenti di legno e elementi di metallo, ogni cosa sembra rallentare il ritmo, ogni cosa sembra smaterializzarsi in un VUOTO che, ti accorgi subito, non è un residuo ma un TEMA, una cosa antica dieclinata con il linguaggio della modernità, tanto da arrivare a fondersi con il giardino che sta oltre le vetrate. Il giardino fatto di acqua piante pietre, è la vera oasi urbana.

 

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