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Il nutrimento dell’architettura [76] – di Davide Vargas

 

Ho fatto un viaggio a Tokyo ed ho visto molta architettura 7.

Direi che il Museo Nazionale d’Arte Occidentale costruito nel 1957 non è tra le opere maggiori di Le Corbusier. Ma la visita al padre dei vari Kenzo Tange, Kishō Kurokawa, Fumihiko Maki e altri [come dichiarano gli stessi] è la necessaria conclusione del viaggio. Le Corbusier affidò l’esecuzione dell’opera a tre suoi stagisti, gli architetti Maekawa, Sakakura e Yoshizaka. Il museo sorge in un parco pieno di famiglie con bambini, turisti con gli zaini sulle spalle, gente che corre, altri che si guardano intorno e si siedono sui bordi delle fontane scintillanti. Le Corbusier studia dagli anni trenta una tipologia di museo a crescita illimitata a forma di spirale con una serie di punti di rottura che creino un rapporto con l’esterno. La spirale porta in sé l’idea dell’evoluzione. Ma questo edificio con i suoi pesanti pannelli in facciata di calcestruzzo e ciottoli, il cemento dei solai e delle scale, e i prolungamenti così definiti restituisce più l’idea di una compiutezza che di una crescita. E all’interno della spirale non c’è traccia. Mi tornano in mente le utopie metaboliste dei suoi seguaci. Le capsule o gli uffici appesi. Come a dire che le costrizioni della realtà alla lunga vincono la battaglia. Ma non conta. Almeno stando qui, difronte a un pezzo di storia se solo si segua il filo di una tensione a portare in avanti la conoscenza e l’emancipazione del pensiero verso un punto di libertà. E se solo ci si senta parte, ognuno con i propri mezzi e modi, di una cordata che ancora ci prova. Non c’è sconfitta che tenga.

E mentre mi allontano costeggio un edificio in cemento a vista che è la testimonianza di una lezione lasciata in eredità. Nel 2016 con l’inserimento nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco il Museo diventa così il primo sito Patrimonio Culturale di Tokyo.

Domani c’è l’aereo.

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