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Peluffo VS Ratti – di Chiara Mazzarella

In un torrido pomeriggio di fine maggio, nello spazio Interno 14 del multietnico quartiere Esquilino a Roma, Gianluca Peluffo e Carlo Ratti hanno raccontato le rispettive visioni di Architettura, “al bivio tra materiale e digitale”, rivolgendosi in carne ed ossa a noi, classe del corso di scrittura critica dell’AIAC, e in diretta streaming al mondo intero.

Gianluca Peluffo ha poeticamente esposto le ragioni della materia che genera ombra, del corpo dell’architettura come macchina percettiva del reale, volta alla creazione della meraviglia e di un nuovo sentire collettivo. L’opacità, la luce, le morfologie archetipiche e le dicotomie classiche sono alcuni degli elementi della ricerca di un nuovo linguaggio e di una necessaria rivoluzione rinascimentale: la rivoluzione dell’ombra.

Per Carlo Ratti l’Architettura è interazione: non solo corpo duro fatto di materia fissa, ma macchina interattiva mutevole, in rapporto dinamico con gli utenti, definita dagli utenti. Nei progetti dello studio Ratti la tecnologia appare come un dispositivo sia per trasformare la materia che per evocare storie all’interno degli spazi. A volte può anche sfuggire al controllo e creare scenari imprevisti, ma la ricerca tende ad un’architettura “che percepisce e risponde”.

Nulla sembra accomunare le prospettive dei due architetti oltre l’amore per l’Architettura stessa.

Il successivo dibattito ha chiarito i due punti di vista, ma non ha toccato una profonda contraddizione. Gianluca Peluffo, parte di un team, i 5+1aa, sembra proporre la rivoluzione dell’ombra attraverso la figura di un architetto classico, mentre Carlo Ratti, fondatore dello studio Carlo Ratti Associati, noto indipendentemente dai suoi team di lavoro, propone le sue ricerche in processi aperti e collaborativi e teorizza per il futuro un’Architettura Open-Source.

Retroguardia poetica contro innovazione incerta. Impossibile schierarsi senza riserve. Ma nel mondo contemporaneo della preistoria digitale, arché dell’era dell’informazione e della comunicazione, lo spirito del tempo sta assorbendo la tecnologia nelle arti, nella vita e in tutte le pieghe del quotidiano e l’architettura non può sottrarsi a questo processo naturale. Gli spazi che producono meraviglia devono essere fatti di nuovi linguaggi, sposare la dimensione immateriale, sperimentare le possibilità offerte dalla tecnica, interagire con l’ambiente e con gli utenti, dare forma a nuove relazioni.

Di fronte ad un bivio sembra difficile decidere quale direzione prendere, ma talvolta i percorsi sono unici e i bivi sono una grande illusione ottica all’orizzonte di una strada incerta.

In copertina: “Il bivio” di Michele Salvezza

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