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presS/Tletter n.19 – 2017

presS/Tletter n.19 – 2017

[01]EDITORIALI [02]FLASH [03]BLOG

[01] EDITORIALI

LPP

I due piani della critica

La critica va sempre valutata su due piani: astratto e intenzionale.
Sul piano astratto occorre analizzare la critica per quello che è, indipendentemente dalle motivazioni ( invidia, rabbia, livore, affetto, amore, interesse) che possono averla generata.
Sul piano intenzionale occorre capire le vere motivazioni che stanno dietro critiche apparentemente solo astratte.
Se il confronto sul piano astratto fa progredire le idee, è il piano intenzionale quello più rilevante per ricostruire la vera e celata storia degli scontri ideologici tra individui e tra scuole. Per ricostruire questo piano, la conoscenza dell’animo umano e delle sue più o meno oscure ma sempre troppo umane motivazioni è più importante di mille considerazioni astratte. La guerra di Troia si fa anche per un paio di corna e il più delle volte analisi artatamente elaborate nascondono solo profondi risentimenti per questioni di territorio, affettive o di onore personale.
Insomma, la vita e anche la cultura, che non può che far parte della vita, è molto più prosaica e più semplice da spiegare di quanto vorremmo nascondendo la nostra falsa coscienza sotto una nuvola di fuffa intellettuale. E quello che alcuni chiamano gossip non è altro che un’indagine su questa dimensione senza la quale non potremmo svelare tante false ideologie.

 

 

Alessandra Muntoni

 

Accordi discordanti

 

Una recente intervista ad Alberto E. Colla, teorico dell’arte musicale dell’ultimo secolo, mi ha introdotto nella dimensione affascinante quanto impervia degli “accordi simmetrici” e delle “simmetriche terre promesse” dell’armonia contemporanea. A differenza di quanto si può supporre da queste frasi, siamo ben lontani dall’armonia tradizionale, mentre ci inoltriamo nella post-dodecafonia, dove quegli accordi, diciamo così, pluridimensionali, tendono ad estendere quelli armonici della scala temperata, introducendo distorsioni sonore che accolgono la dissonanza come cemento compositivo. Ma così facendo, usando simmetricamente i toni e i semitoni che separano le singole note, l’accordo si ferma fuori dal tempo, quasi fosse obbligato a restare immobile e separato dal resto. La composizione diventa così una sequenza di accordi stirati e di pause. Ovviamente non so se ho capito bene, ma ho subito acquistato il libro di Colla Trattato di armonia contemporanea per comprendere meglio la logica di queste strutture sonore.

A lezione, Bruno Zevi ci parlava spesso di Schönberg, e di come egli avesse “emancipato” la dissonanza, collocando i dodici suoni in una condizione di parità assoluta, al di fuori della tonalità; in quelle dissonanze, collocate però insieme all’asimmetria, egli individuava la seconda invariante del linguaggio moderno dell’architettura. Per spiegare la scomposizione De Stijl ai miei studenti, io stessa ricorrevo alla similitudine tra i dodici suoni della scala temperata e i dodici suoni di De Stijl (tre rette; tre piani cartesiani; tre colori: giallo-rosso-blu; tre non colori: bianco-nero-grigio), elementi del gioco dinamico dello spazio-tempo neoplastico. Ancora più sconcertante è la somiglianza tra la rappresentazione grafica della dodecafonia di Schönbeg, Berg, Webern e Stockhausen che ho trovato nel libro di Colla e alcune immagini di Libeskind o di Geordie Shaw.

Colla spiega come lo stesso Schönberg, in particolare nel periodo americano, avesse rivalutato le funzioni tonali e le armonie naturali, mentre Berg fosse rimasto fedele alla teoria dodecafonica, ispirandosi però anche a procedimenti legati alla natura delle simmetrie. Webern, poi, avrebbe seguito un percorso unidirezionale, esaurendo nei suoi “aforistici capolavori le risorse musicali della dodecafonia più severa”.

Da sempre musica e architettura sono state affiancate come risultato di processi tra loro similari. Non rimane che munirci di una tastiera e tentare di verificare le misteriose regioni della post-dodecafonia: ci potrebbero perfino aiutare a padroneggiare nuove scritture architettoniche.

Massimo Locci

La stazione dell’Alta velocità di Afragola di Zaha Hadid

 

Il 6 giugno scorso si è inaugurata la stazione dell’Alta velocità di Afragola, che si può considerare l’ultima opera realizzata da Zaha Hadid, premio Pritzker per l’Architettura. Ampliando il concetto di  infrastruttura trasportistica, la stazione è, nella sua visione avveniristica, una struttura edilizia con varie funzioni collettive e attrezzature di scala territoriale.

E’ stata realizzata a tempo di record in soli quattro anni di “duro lavoro – come evidenzia il Sindaco Domenico Tuccillo –per creare un’opportunità  di crescita e sviluppo per la grande area metropolitana; all’interno della quale Afragola si candida ad un ruolo di primo piano per il rilancio della Campania e dell’intero Mezzogiorno”. La dotazione di attrezzature, infatti, è uno degli indici sul quale si stabilisce la propensione all’innovazione di un territorio e si determinano i livelli qualitativi delle città, la loro capacità di sviluppare nuove sinergie e relazioni tra i sistemi urbani. Strategie direzionali, produttive, commerciali e socio-antropologiche.

Come tutte le opere di Zaha Hadid non passa inosservata, per le sue linee sinuose, per il linguaggio senza compromessi e la volontà di  generare principi di modernità in un contesto che ne è del tutto privo. Pensata come una struttura a ponte, con un percorso leggero e aereo che lega i due lati della ferrovia, è una morfologia complessa definita da superfici piegate, da lastre in c.a. morbide. Un’architettura di suolo e di trasparenze aeree: nasce e muore nella terra dopo aver inglobato il cielo. E’ un seme piantato per valorizzare l’intera area. Si parla, infatti, della necessità di potenziamento del sistema infrastrutturale e della creazione di un quartiere con una effettiva densità edilizia.

Fin qui gli aspetti positivi. Il problema, però, riguarda l’opportunità di realizzare la stazione dell’Alta Velocità di Napoli proprio ad Afragola, lontana dalla città capoluogo e da una struttura urbana consolidata. Il luogo, tra Casoria e Nola, è per metà campagna e per metà un agglomerato casuale, in parte anche abusivo. L’unica struttura di connessione verso la città di Napoli è rappresentata da una superstrada, peraltro secondaria e  periferica. Per raggiungere la nuova stazione, almeno nella fase attuale, bisognerà utilizzare l’auto privata o le poche linee pubbliche esistenti (treni regionali e bus).

L’operazione è stata molto dibattuta e osteggiata fin dalle prime ipotesi, cioè in fase di programmazione e di progetto, sia dai tecnici (urbanisti, trasportisti e architetti), sia dagli utenti. Urbanisticamente è una scelta sicuramente controversa e quasi incomprensibile, perché Napoli nel nodo Stazione Centrale – Stazione Garibaldi ha già l’infrastruttura adatta per le attuali necessità di un moderno Hub intermodale: è passante, ben servita dal trasporto pubblico (metro, bus, taxi), in stretta relazione con il porto (ora in via di riqualificazione nel tratto fronteggiante il Maschio Angioino). E’ vicina alla stazione marittima e ai moli turistici (peraltro strettamente connessi dalla linea metro), rappresentanti il principale snodo di inter-connessione per le isole e per le navi da crociera.

Soprattutto è una bella struttura (progettata da Cocchia, Piccinato e Zevi) da poco tempo integralmente ristrutturata. La Stazione Centrale è dinamicamente connessa con il centro storico, con il Centro Direzionale e con gli spazi urbani più vitali; peraltro recentemente potenziati con l’intervento di Dominique Perrault.

Ufficialmente la Stazione Centrale sarà declassata rispetto alla Stazione TAV di Afragola ma sarà molto difficile che ciò avvenga in tempi brevi.  Si rischia di ricreare lo stesso errore di Roma  dove, per una serie di scelte contraddittorie, la Stazione Termini rimane ancora il più importante scalo ferroviario  di Roma e il maggiore d’Italia, mentre quella  nuova dell’alta velocità della Tiburtina non decolla.

[02] FLASH

Architects meet in Selinunte co//ateral – Summer School 2017_After Earthquakes

Architects meet in Selinunte co//ateral Summer School 2017_After Earthquakes Awards, Lectures, Meetings, Summer School, Exhibitions 27 Giugno – 1 Luglio 2017 | Castelvetrano – Selinunte (TP) L’AIAC Associazione Italiana di Architettura e Critica e presS/Tfactory presentano Architects meet in Selinunte co//ateral + Summer School 2017_After Earthquakes. Oggi sta cambiando il modo che abbiamo di intendere il nostro lavoro di architetti. …

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[03] BLOG

‪SELINUNTE SUMMER SCHOOL 2017‬

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Gli architetti amano l’ordine – di Christian De Iuliis

L’ordine professionale, al pari del condominio e della famiglia allargata, è un esempio di quelle cose alle quali, se ce ne fosse la possibilità, non aderirebbe nessuno. Ad esempio gli architetti stanno nel loro ordine professionale come i pendolari sulla circumvesuviana: scomodi, a volte turandosi il naso e perché non hanno altra scelta. Gli ordini professionali, così come li conosciamo …

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Il nutrimento della architettura [75] – di Davide Vargas

Ho fatto un viaggio a Tokyo ed ho visto molta architettura 6. Lasciamo l’opulenza di Ginza dove incastrato in un lotto stretto c’è lo Swatch Flagship Store di Shigeru Ban. Elegante, sobrio, in qualche modo estremo. Di Shigeru Ban avrei voluto vedere la famosa Curtain Wall House ma non è stato possibile. Ci inoltriamo in strade laterali che si …

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ARCHITETTURA E CINEMA – “Blade Runner” – di Carlo Gibiino

Architettura e cinema sono due forme d’arte abbastanza diverse ma complementari, i film creano spazi cinematici per raccontare una storia, l’architettura crea spazi quali città ed edifici nei quali le persone vivono ed interagiscono. Contestualmente il film sembra essere l’unico mezzo adatto a rappresentare lo spazio-tempo nel quale persone, automobili ed ambienti fluttuano in un contesto in continua evoluzione. Architettura …

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Cambiamenti climatici – di Marco Ermentini

” E cominciò a piovere una gocciola sulla trave. L’avaro aspettava domani, e di nuovo posdomane. Pioveva ancora; l’avaro non volle entrare in spesa. Di nuovo ancora piovve; all’ultimo il trave corroso dalle piove e frollo si troncò. E quello che costava un soldo, ora costa dieci.” Leon Battista Alberti, De Familia, III

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#PRESSTLETTER CRONACHE E STORIA – MAGGIO 1967 – di Arcangelo Di Cesare

Chi leggeva abitualmente la rivista conosceva ampiamente le opere di questo studio; ogni loro costruzione era seguita e divulgata con una regolarità impressionante. Non erano delle archistar, anche se avevano appena edificato quello che oggi può considerarsi il loro capolavoro: il blocco vitreo, sospeso e rarefatto costruito nel cuore di Roma. Nelle nuove opere presentate il linguaggio non ha quell’incisività …

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Antonio Sant’Elia

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presS/Tletter n.18 – 2017

EDITORIALI FLASH BLOG  EDITORIALI LPP Ipocrisia e comunicazione Le tecniche di comunicazione sono profondamente ipocrite: mai entrare in conflitto con chi ti ascolta, creare un ambiente positivo e rilassato, non insistere sull’errore, trasformare ogni domanda idiota in una bella occasione per crescere. In effetti, se a qualcuno vuoi vendere qualcosa ( o se pensi che la cultura sia essa stessa un oggetto …

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In redazione: LPP,  Anna Baldini, Edoardo Alamaro, Marta Atzemi, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Valentina Buzzone, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Christian De Iuliis, Luigi Catenacci, Marcello del Campo, Arcangelo Di Cesare, Marco Ermentini, Claudia Ferrauto, Claudia Ferrini, Elisabetta Fragalà, Francesca Gattello, Diego Lama, Massimo Locci, Rosella Longavita, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Alessandro e Leonardo Matassoni, Roberta Melasecca, Alessandra Muntoni, Giulia Mura, Ilenia Pizzico, Filippo Puleo, Marco Maria Sambo, Roberto Sommatino, Graziella Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.

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