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Ecco perché abbiamo bisogno di (bravi) architetti: il caso dell’ampliamento del Cimitero di Orvieto – di Francesco Moretti

Forse il problema dell’architettura italiana risiede nel dato fondamentale che in questo paese, durante i secoli, si è costruito troppo.

Mondo antico, Medioevo, Rinascimento, Illuminismo, Romanticismo, epoca moderna: non vi è periodo storico nel quale non vi è stata una spinta costruttiva ed architettonica importante e tangibile.

Sembra tuttavia che questa “troppa architettura” abbia portato nell’italiano medio una sorta di rifiuto aprioristico verso tutto ciò che è nuovo, visto più come un demonio da combattere che come una possibilità di reinterpretazione dei vari significati della città.

A pagare il conto, di questa situazione, sono stati soprattutto quei luoghi di alto pregio storico e paesaggistico riqualificati da squalificati amministratori in combutta con architetti innamorati più che di un concetto di spazio, delle proprie masturbazioni intese come movimenti della mano fatti per disegnare fioriere, fontane e panchine.

Dobbiamo quindi rinunciare all’architettura?

Assolutamente no !

L’architettura può essere l’unica ancora di salvataggio per le città ed il paesaggio italiano.

Prendiamo il caso dell’ampliamento del cimitero di Orvieto progettato da Massimiliano Fuksas ed ultimato nel 1991.

Una sfida difficile per l’allora giovane architetto romano, chiamato ad intervenire in un contesto carico di valore storico e paesaggistico in quanto il progetto costituisce l’ampliamento del vecchio cimitero monumentale, eretto tra il XVIII e il XIX secolo, su un colle prospiciente la rupe tufacea su cui sorge la città di Orvieto con il suo Duomo.

Il forte peso del contesto circostante non schiaccia tuttavia lo spazio architettonico che è pensato con quelli che sono gli strumenti propri del fare architettura utilizzati (erano gli anni novanta) con una sensibilità proiettata verso il futuro.

L’uso di  blocchi di pietra locale (il tufo), più che un omaggio alla storia ed alla tradizione sono in realtà per Fuksas un’occasione per sperimentare nuovi modi di fare architettura e costruire immagini di paesaggio.

Il montaggio dei blocchi è infatti frutto di una ammirevole tecnologia dove ogni blocco, montato a secco, è fissato posteriormente alla struttura in calcestruzzo armato, in modo tale da  rendere invisibili le giunzioni fra i vari elementi lapidei anticipando quel tema dell’ immatériaux che caratterizzerà l’opera matura di Fuksas.

Stesso discorso può essere fatto per l’utilizzo di forme archetipe che, se ad un primo colpo d’occhio possono sembrare un omaggio alle fortificazioni medievali presenti in zona o alle più naturalistiche forme delle creste dei vicini calanchi di Bagnoregio, non hanno in verità alcunché di mimetico o di ossequioso  nei confronti del contesto esistente che viene ridisegnato attraverso geometrie semplici ma comunque decise ed autonome.

Nel progetto di Fuksas vi è quindi il racconto di una nuova idea di paesaggio e di rapporto con la storia  che non sono visti come un qualcosa di dogmatico e definito ma semplicemente come strumenti già dati con i quali il progetto deve avere il coraggio di confrontarsi trovando nuovi rapporti e significati.

Ecco perché, nel definire i rapporti tra il territorio e la città, l’architettura è oggi più che mai necessaria così come sono necessari gli architetti.

Quelli bravi.

Uno dei disegni di progetto realizzato da Fuksas per l’ampliamento del cimitero di Orvieto (da: M. Vitta,  L’ampliamento del cimitero di Orvieto, L’Arca 74, settembre  1993)

Planimetria di progetto. (da: M. Vitta,  L’ampliamento del cimitero di Orvieto, L’Arca 74, settembre  1993)

Profilo di progetto. (da: M. Vitta,  L’ampliamento del cimitero di Orvieto, L’Arca 74, settembre  1993)

(Foto: F. Moretti)

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