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171005_La progettazione in remoto e la nascita dei Team Digitali [2/4] – di Felice Gualtieri

 

Il testo che segue è il secondo di una serie di quattro articoli.  Si parla di tecniche di progettazione in remoto e dell’affermarsi di gruppi  eterogenei di autori e professionisti, sparsi nel mondo, che decidono di lavorare e collaborare utilizzando set complessi di strumenti e servizi offerti dalla rete, spesso abitando luoghi improbabili ma con un alto e diverso standard di qualità della vita e di come questo approccio porti alla nascita di nuove estetiche non più fondate sull’unità formale dell’insieme.  In fin dei conti un’opzione radicale di vita al margine, resa possibile proprio dalle sperimentazioni sul nuovo paradigma digitale, ha la capacità di ribaltare  tutti i rapporti precostituiti tra città e villaggio, centro e periferia e tutto ciò che era a fondamento dell’urbanesimo classico.

[2/4]: Internet come dispositivo spaziale

Internet, come dispositivo spaziale, è forse la più radicale rivoluzione nelle relazioni tra spazio, persone e cose che l’umanità abbia mai sperimentato almeno dall’invenzione della stampa e del telegrafo. L’effetto principale prodotto dall’uso del reticolo telematico è proprio quello di rendere superflua la localizzazione fisica, poiché, comportandosi come un corpo, è capace di veicolare il Sé (potere, che spettava esclusivamente al corpo) in un meta-spazio diverso da quello a cui eravamo abituati.

Per mezzo di questa facoltà (la transitività) vengono influenzate le abitudini, si ribaltano rapporti di potere consolidati, viene intaccato l’urbanesimo e posti problemi radicali ma anche numerose opportunità di sperimentazione e creazione.

L’innovazione radicale nelle metodologie di collaborazione è una parte essenziale del progetto post-urbano, inteso come senso ultimo di un’unificazione possibile (ed in parte in atto) tra tecnologia e natura.

Un  nuovo equilibrio tra spazio pubblico e privato, tra metropoli e villaggio definisce una nuova condizione del’abitare che ha le forme di uno  “spazio esterno” alle logiche di potere imposte dal controllo mediatico ed algoritmico, ma che custodisce come “dono” la soluzione della frattura tra tecnica e natura.

Gli spazi esterni sono aree del mondo raggiunte da movimenti di persone e mezzi che sfondano barriere invisibili e superano i vincoli di potere imposti dall’era digitale.

La condizione di esternalità  è essenzialmente di deriva, caratterizzata da instabilità radicale poiché nessun punto resiste oltre un tempo limite oltre il quale viene raggiunto e diviene “interno”.

Gli spazi esterni sono mobili e transitori, formati da corpi, dati  e natura e sono occupati sfruttando falle logiche del sistema,  poggiandosi su quelle stesse tecnologie utilizzate fondamentalmente per creare asimmetrie strutturali.

Nello spazio esterno si impara presto a muoversi al buio e si sviluppano quelle facoltà che sono alla base della vita post urbana e del senso del Sacro:  [vita che attende grazie dall’altro].

Sebbene l’approccio hi-tech all’innovazione digitale (come gli sviluppi dell “Internet of Things”) sembri essere per eccellenza un applicazione al servizio della “smart city” è proprio dall’approccio low-tech che vengono le migliori e più promettenti elaborazioni concettuali e visionarie  per il prossimo periodo.

Dal profondo delle foreste, dai deserti, dai borghi abbandonati o negli interstizi metropolitani si attivano nodi dislocati di operatori che, in maniera pulviscolare, colonizzano fette di territorio abbandonato poiché considerato marginale o dallo scarso interesse economico, rivoluzionando la scala dei valori e riassestandola su diversi parametri della qualità di vita.

E’ la convergenza e l’appoggio fornito da una serie di innovazioni come la stampa 3d, la realtà virtuale, la robotica applicata e le intelligenze artificiali , solo per citarne alcune, a dare la possibilità di liberare i corpi dal vincolo posizionale di cui la metropoli è espressione massima.

In sé la singola innovazione è priva di significato;  è’ solo uno sguardo ampio sul complesso ecosistema dell’innovazione a custodire la visione di un progetto per il futuro che non è predeterminato ma oggetto di negoziazione e, come tale, anche politico.

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