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Buoni pasto per architetti – di Christian De Iuliis

Come forse già sapete, grazie ad un decreto denominato MISE, i buoni pasto a disposizione dei dipendenti pubblici ora possono essere utilizzati anche in altri luoghi di ristorazione come  agri ed ittiturismo e mercatini. Effettivamente, che i beneficiari fossero costretti a spendere i buoni pasto solo nei ristoranti, trattorie e supermercati era veramente vergognoso. Cosa avevano fatto di male gli agrituristici per non meritarsi le mazzette di buoni pasto ?.

Questo provvedimento solleva e aggrava, a mio parere, il problema del pasto di altri professionisti. Ad esempio gli architetti che non riescono mai a ritornare a casa per il pranzo, anche perché, pure se tornassero, spesso non troverebbero niente pronto. Comunque, in attesa dell’emanazione di un decreto per dare i buoni pasto pure agli architetti, ecco le cinque soluzioni attualmente più adottate, in ordine crescente di nocività.

Al 5° posto – “L’invito della signora-cuoca”: Architetti particolarmente furbi fanno in modo da far coincidere l’appuntamento con la signora-cuoca che deve rifare il bagno, precisamente ad ora di pranzo. A volte rimandandolo più volte, oppure anticipandolo con una scusa qualsiasi. Quando l’architetto arriva a casa della signora-cuoca intorno alle 13, la prima cosa che ha cura di fare è un apprezzamento sul profumo che proviene dalla cucina. Quindi deve fare in modo di entrare in cucina e dare uno sguardo alle stoviglie. Se c’è il ragù sul fuoco, ad esempio, è utile alzare il coperchio della pentola e dire “quant’è bello !”. In genere a sud del Garigliano, dopo il secondo complimento, la signora-cuoca invita a pranzo l’architetto che finge di non accettare per cinque secondi esatti, dopodiché si accomoda a tavola, rialzandosi 3 ore dopo.

Al 4° posto – “Il panino sul cantiere”: Un grande classico della vita dell’architetto è pranzare seduto su una tavola “da ponte” poggiata su due secchi in ferro (detti “cardarelle”) insieme agli operai del cantiere. Gli architetti più organizzati, sapendo di dover restare sul cantiere per pranzo, si premurano di portarsi un panino da casa, oppure di passare preventivamente in salumeria per attrezzarsi con una baguette al prosciutto o il grande classico delle ditte edili (e dell’istituto per geometri) “pancetta e olive”. Gli architetti più smaliziati si fanno trovare sprovvisti di panino, sperando che qualcuno mosso a compassione divida la pagnotta con loro. In genere gli operai conferiscono all’architetto una porzione minima del loro panino, tuttavia l’unione di molte piccole porzioni consente all’architetto di acquisire le calorie necessarie a sopravvivere fino a cena. Ovviamente lo stesso avviene per la Peroni gelata o per il Tavernello che gli operai consumano a litri, reggendolo in maniera sontuosa.

Al 3° posto – “La schiscetta in studio”: Dicesi “schiscetta” (termine di origine milanese che stava per “schisciaa” ovvero “schiacciato”) il contenitore in alluminio dove nell’era del pre-buonopasto tutti portavano con sé il pranzo da casa. Ovviamente la “schiscetta” ha caratteristiche differenti a seconda delle regioni. Al di sopra della linea Gustav  vanno molto i pranzi frugali, pasta cotta al vapore, assai verdura e frutta in quantità. Nel meridione vengono utilizzate “schiscette” di grandi dimensioni per contenere la pasta imbottita e il secondo a base di carne o pesce anche mischiati insieme. Frutta niente, spesso il dolce. Gli architetti consumano la “schiscetta” senza staccarsi dalla scrivania, alcuni riescono con una mano ad impugnare la forchetta e con l’altra il mouse per disegnare in autocad. La “schiscetta” settentrionale ha di buono che ti lascia leggero e di cattivo che non ti sazia. Quella del sud di buono ha che è come mangiare a casa, di cattivo è che dopo occorrono 5 chilometri di corsa o due ore di sonno per digerire.

Al 2° posto – “Il trancio di pizza al volo”: Purtroppo molti architetti non hanno la fortuna di avere appuntamenti con signore-cuoche o di rimanere tutto il giorno in ufficio. Molti di loro sono costretti a vorticosi spostamenti in giro per enti pubblici che li sottopongono a sale d’attesa lunghissime, oppure in tour di rilievi e/o fotografici interminabili. Succede quindi che l’architetto sia sorpreso lontanissimo da casa all’ora di pranzo. In questi frangenti l’architetto privo di buono pasto è costretto ad arrangiarsi fermandosi alla prima pizzetteria nella quale si imbatte, senza badare troppo alla qualità dei cibi esposti. In alcuni casi l’architetto deve pure fidarsi e pranzare con pizze, crocchè o supplì di riso che stazionano nella vetrina del rosticciere da settimane. Nel caso l’architetto voglia addirittura fare le cose con calma, può decidere di entrare nella pizzetteria di salvataggio e sedersi al tavolo tra l’incredulità del proprietario che non cambiava la tovaglia dal 2004 ovvero dal giorno della prima comunione della sua primogenita. Si tratta di architetti eroi che, con il tempo, generano enzimi intestinali potentissimi, capaci di assimilare anche le suole delle scarpe.

Al 1° posto – “Il digiuno”: Esiste anche una piccola percentuale di architetti che rinuncia completamente alla pausa pranzo. Alcuni lo fanno perché non hanno il tempo per pranzare, altri perché affermano di essere abituati a mangiare solo la sera, altri perché si dichiarano a dieta. L’alternativa “very light” al digiuno è il crackers: un vero architetto porta sempre dei crackers in borsa tra la rollina e una folla di penne e matite. Nel 99% dei casi si tratta di crackers sbriciolati in microparticelle, tali che potrebbero essere iniettati anche per via endovenosa. Alcuni architetti molto trendy, al posto del crackers utilizzano delle barrette energetiche dal sapore orribile in grado di rivalutare il supplì invecchiato di cui sopra. Gli architetti che digiunano a pranzo, soprattutto quelli che si dichiarano a dieta, la sera mangiano come ad un banchetto nuziale e si addormentano sul gabinetto mentre controllano un SAL.

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