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Frecciargento Napoli – Trento (e ritorno col tridente) – di Eduardo Alamaro

Non c’ero mai stato. Andando da Bologna verso il Brennero il mio limite era Verona, città tante e tante volte raggiunta in treno o aereo per “Abitare il temp(i)o” di Amadori. Anzi no, una volta avevo alzato l’asticella e avevo sgarrato. Avevo sbordato: ero stato a Bolzano perché mi avevano messo dentro una giuria di un concorso di arti-design del legno. Tutto pagato, tutto ospitato e ben mangiato. Una favola altoatesina, una tantum, niente bis bis, peccato!

All’aeroporto di Verona quel giorno m’era venuto ad accogliere un simpatico architetto trentino, anch’egli componente della giuria. Ad un certo punto, andando su con la sua auto, mi disse: “Stai attento, osserva bene il paesaggio, osserva bene le architetture, le forme dei campanili, i tetti delle case,  … vedrai che dalla provincia di Trento passeremo a quella di Bolzano, all’Alto Adige (o Sud Tirolo): è l’antico limes della cittadinanza romana, la linea sottile di confine e di appartenenza: confine linguistico, culturale, ideale tra il mondo latino e quello “gotico” … è la persistenza della storia, bla, bla, bla …”. Tuttovero, aveva ragione!

Ma a Trento non c’ero mai stato . .. nella Trento romana et italiana, … e non avrei mai pensato di festeggiare i miei 70 anni in questa nostra città “redenta” (dal 1918, auguri anticipati per il centenario) della quale sapevo solo tre cose “storiche”: il Concilio famoso della Controriforma, Cesare Battisti ed Alcide de Gasperi. Stop.

No, sapevo anche tre cose di architettura: il duomo (di cui avevo notizie per via di un fascicolo da studente dei “Tesori dell’arte cristiana”); la stazione ferroviaria del “solito” grande Angiolo Mazzoni (per un vecchio libro di Fulvio Irace che avevo comprato su una bancarella a Napoli) … e il recente “Muse” del senatore avvita Renzo Piano.

E forse non sarei mai venuto sull’antico limes se l’Università di Trento non figurasse ai primi posti di tutte le classifiche “di qualità” degli atenei italiani (così come la Federico II di Napoli staziona, suo mal grado, agli ultimi posti) e … e perciò mia figlia Eleonora -che al contrario di me ha già girato mezzo mondo, generazione Erasmus qual è- non si stesse specializzando, figlia degenere di tanto Eldorado d’arte, nell’arida facoltà di Economia in questa Università trentina.

Trento è vicina col Trentitalia frecciargento comodissimo, meno di sei ore e dal mare di Napoli centrale stai là, sull’Adige. Prezzi ridotti cartargento per gente matura come me, ahimè. Sono stato così cinque giorni 5 in un comodo B & B, tra Trento e Rovereto, realtà urbane che mi son piaciute moltissime perché sono il contrario esatto della città di Napoli. Anzi no: l’Italia è sempre Italia, dal Paradiso delle Alpi all’Inferno gioioso Spartenopeo.

L’acqua d’Italia è sempre poca e la papera delle città non galleggia più, al Nord come al Sud. A Napoli come a Trento manca infatti l’acqua fondatrice e fecondatrice delle città antiche. Il mare non bagna Napoli, si sa, sin dai tempi del famoso libro della Ortese e del Risanamento dell’800, compreso il lungomare e il quartiere Santa Lucia. Così come il fiume Adige non bagna più Trento, sin dai tempi degli austriaci. E si vede, e si sente la mancanza d’acqua, dolce o salata che sia.

Questo storico fiume aveva vissuto da sempre in simbiosi con la città di Trento (come del resto con la vicina Verona), un tutt’uno con le sue attività economiche e commerciali, costituendone la principale via di comunicazione. Fiume Adige e città fluviali erano sposate indissolubilmente, nella buona come nella cattiva sorte. Nei secoli dei secoli, amen, ma ….

ma un brutto giorno del 1858, all’affacciarsi della Mo .. Mo .. Modernità, il collaudato matrimonio tridentino s’è sciolto e il fiume non è stato più percepito dalla “gente” come un amico, un elemento indissolubile dalla città costruita, un fattore di sviluppo indispensabile. Anzi, sempre più è stato considerato un corpo estraneo e infido, una minaccia per la città da cui proteggersi innalzando alte mura di protezione.

AAA … attenziò, attenziò all’alluvion & all’inondaziò, … alle rotture e alle fottiture del fiume , ecc. ecc. …

Per questo motivo “alluvionale” nel 1858 il corso d’acqua fu deviato dal centro della città di Trento che perse così la sua caratteristica ansa del gobbo. Ma in compenso guadagnò vaste aree speculative edificabili (fin quasi alle mura del castello, in alto), in primis quelle su cui costruirono la moderna stazione ferroviaria: in carrozza, si parte per il Progresso .. (Scusi, scende alla prossima?)!!

Tale operazione di “raddrizzamento” dell’ansa dell’Adige trasformò profondamente la forma e il senso antico della città di fondazione romana, cioè il suo spirito fluviale-fluente, navigante et comunicante. Ma la modernità (e la sicurezza “percepita”) hanno preteso i loro costi non casti , anzi ne-fasti, a Trento come altrove …

Questa mancanza d’acqua è ben percepibile ancor oggi se si va a vedere ciò che rimane della badia di San Lorenzo (sulla graticola della modernità), a due passi dalla stazione ferroviaria del Mazzoni.

La badia non c’è più, ma sopravvive eroicamente “l’isola” della chiesa dell’Abbazia, solinga e sottoposta al livello strada attuale. E’ una specie di fortino della fede & dell’architettura che fu; un luogo poetico della memoria caratterizzato al suo interno da colonne cilindriche alte e possenti, una iniezione di fiducia nell’architettura, una supposta di energia pro-gettante, una trasfusione di sangue vitruviante & di volumi plastici antichi, chiari e netti, eterni, (salvo errori e/o-missioni). Così sia.

Proprio qui a San Lorenzo, come una sentinella, c’era infatti (fino al 1858, appunto) il ponte sull’Adige verso la città, … e se ci si siede in preghiera e si prega intensamente il Signore dell’Architettura, chiudendo gli occhi e aprendo bene le orecchie, si sentirà ancora lo scorrere delle acque del fiume, il canto dei barcaioli controriformati: “Venite all’Adige, … bellezze mie, … santa Lucia, santa Lucia … con San Lorenzo martire, san Gennaro sanguinante, San marco evangelista e .. e tutti i santi del Cosìssia!!!

Acqua dolce, acqua salata, acqua corrente. Acqua di fiume, acqua di mare, acqua forte, acqua debole, acqua ragia. In piazza tento perciò a Trento di capire il perché del Tridente fetente del potente marino fremente dio Nettuno e …. e all’uopo e all’uovo leggo che: “la fontana del Nettuno rappresenta un abbinamento audace perché lega una città alpina al mare (ecco, ci siamo, lo sapevo!!), e una storica sede vescovile (l’antistante Palazzo Pretorio) ad una divinità pagana.”

Così continua la spieg/azione: “I motivi che portarono nel ‘700 alla scelta di tale divinità per la fontana in piazza non sono note e univoche. Forse si deve anche all’evidente assonanza “laica” tra l’antico nome romano della città, Tridentum, con il tridente del dio Nettuno.” Analogamente, il dio Nettuno all’apice di una fontana barocca, troneggia anche a Napoli, nella piazza del Municipio, davanti al Palazzo San Giacomo, recentemente lì ricollocata da Alvaro Siza, ennesimo spostamento, (il decimo, credo), della fontana più ballerina del mondo.

E non finisce qui! Cosi come a Napoli, Trento è certo una “città palinsesto”; città che si fondano, si sfondano e si rifondano su se stesse, che lasciano sempre ben vedere l’imperfetta “raschiatura” precedente, …; strette entrambe come sono orograficamente tra l’acqua e la montagna, con in alto il forte, il castello, “il cappello”: l’Elmo di Sant’Eramo a Napoli e del Buonconsiglio (già Malconsiglio) a Trento, un castello tutto arcigno fuori e tutto dolce e gentile dentro, classico, sorprendente, amabile, abitabile …

… città palinsenso e polisenso entrambe, coi loro bei palazzi rimaneggiati nel tempo, con il Duomo (di Trento) dall’interno veramente maestoso (e con sotto la vecchia basilica), … con le loro chiese ferite a morte e a resurrezione, din don dan-ni. Amen, ameno, almeno ….

Stop, ci sarebbe tanto da dire e da scrivere sugli abitanti, civilissimi e gentilissimi, … sulle belle donne tridentine semplici ed eleganti, cordiali e sorridenti coi denti, … sui giovani che non vedo marchiati e tatuati come a Napoli … ma non c’è spazio, solo un salto (in lungo o in alto, non so dire) a Le Albere griffate, al “Muse” (Museo Scienze) di Renzo Piano, qui vicino.

Consiglio di andare a Le Albere percorrendo il tragitto originario, uscendo cioè dal perimetro delle antiche mura, quelle superstiti, oltre il piazzale fiera e andando per la via verso Verona …; aaa ad un certo punto e spunto ce sta un relitto, un curioso avanzo del Passato: il portale d’ingresso, solingo e straniato, (detto “Arco dei Tre Portoni”) che in antico menava dritto dritto alla dimora cinquecentesca “fuori porta” della potente famiglia Madruzzo. E quindi al fiume Adige alle sue spalle (certo c’era un imbarcadero per i Madruzzo e i numerosi loro ospiti). Insomma, un Paradiso, un’Arcadia, un luogo di delizie, di poesie, molto gettonato al tempo del famoso Concilio dei cardinali della Controriforma. Beati l’Oro!

Anche qui a Le Albere, chiudendo gli occhi sulle tante brutture edilizie circostanti; percorrendo le antiche stanze restaurate della villa, (che in questo momento sono attraversate da un “fiume che cammina”, emblematico titolo di una bella mostra fotografica sulla transumanza delle pecore dai pascoli alpini al mare Adriatico, altro segno vivente di colleganza col Nettuno marino tridentino, di cui sopra), …; chiudendo gli occhi, dicevo, si possono immaginare i giardini, le feste, i tornei, i ricevimenti, gli orti, le dame e i cavalieri e … e l’asse di saldatura della villa con la città antica che fu, che fuje. (Vedi antica stampa acclusa, ndr).

Poi la caduta verticale dei Madruzzo e del loro Paradiso in terra tridentina, Venne così et avvenne la cesura costituta dai binari della ferrovia, paralleli al corso d’acqua, esattamente com’era accaduto per le ville del Miglio d’oro della Napoli – Portici (1839), … binari che, attraversando il parco, declassarono la nobile dimora (con una bella serliana come ingresso) a periferia urbana e …

… e la rottamarono così tra i defunti, nei servizi cimiteriali ‘800 e/o nella zona industriale, con lo stabilimento ‘900 di copertoni di gomma della Michelin, …; poi la (promessa di) Resurrezione con la recente riconversione al post/industriale: a parco scientifico, tecnologico, universitario, con biblioteca, centro congressi … e … eh! venne così il “Muse” de Le Albere di Renzo Piano del 2013, … con tutto ciò che segue e con-segue.

Un pezzo di città nuova,un’operazione di riqualificazione urbana pronta consegna senza precedenti in Trentino, annoverata tra le prime venti in Europa per dimensioni: 300 appartamenti firmati, oltre 2 mila posti auto interrati, 5 ettari di parco, 18 mila metri quadrati di uffici, 9 mila di negozi, 28 mila di viali, piazze e canali d’acqua, un hotel a 4 stelle. Un investimento da oltre 450 milioni di euro ma … ma alla fine della fiera un flop, un avvio molto difficile, finora … un invenduto preoccupante e pre-occupazione, … un mezzo deserto urbano Piano.

Per vivificarlo e renderlo utile alla Trento-futura forse coraggiosamente ci potrebbero mettere dentro i migranti (che ne hanno tanto bisogno). Almeno quelli regolari e “scientifici” doc controllati da Minniti. Le Muse ammusolite e offese de Le Albere forse gioirebbero. Siamo realisti, pensiamo fantastico. Pensiamo Alto, alto Adige. O no?

Del resto non ci voleva il mago delle Alpi, per le previsioni nefaste: è questo di Piano un progetto “aereo”, paracadutato dall’alto e dall’altro mondo, modello Bush in Iraq, del tipo culturale arrogante “tempesta (di tecnologia) nel (supposto) deserto trentino”, … del tutto estraneo alla città e alla sua storia antica, “conciliare” e salvatrice; progetto che non ricuce per niente e per nessuno, che anzi riconferma -suo malgrado- la sacca di Trento, il suo lato B postMadruzzo, già cimiteriale, già industriale, ora Piano …

Un’occasione progettuale mancata che non è stata socialmente promozionale e partecipativa sin dall’inizio. E’ stato giustamente invocato e infuocato: “In una provincia che conta più di mille architetti (disoccupati o sottoccupati) e più di tremila ingegneri, non è stata costruita un’operazione culturale capace di integrare conoscenze internazionali con professionalità locali ….” Ma “Le Albere” non sono un’opera pia, e poi, è noto in tutt’Italia il detto, da Lampedusa a Trento: ‘Cca niscuno è ffesso e caritatevole”, … tanto meno il senatore avvita.

Un investimento, quindi, finora risultato sbagliato per Trento-sud. Che si è rivelato poco attrattivo e molto sovradimensionato, al momento. Forse da s-vendere. Certo da ri-vedere, da ri-progettare, da ri-dimensionare, da far autocritica. Piano (e chi ha voluto il Piano qui a Trento) ha toppato. E pare difficile rammendare e ammendare il mal-fatto et ben-fotto. Manca l’ago e il cotone sociale. Manca l’artigianato paziente degli antichi sarti d’architettura normale. Poi qui a Le Albore più che un rammendo c’è uno strappo da sarcire, da ri-sarcire con la città. Ma mai dire Mai: Nettuno, pensaci tu!

Come è stato possibile tutto ciò?, mi chiedo. Com’è stato possibile questo suonno, quest’incubo, chist’abbaglio? Forse l’ubriacatura dei media, forse la provincialità della committenza nostrana (come del resto a Napoli con la “Metropolitana dell’arte”, che un paio di stazioni archistar le ha però azzeccate, …; per non parlare di quella –finora deserta- di Zaha ad Afragola A.V. e … e del pacchetto Salerno di De Luca ….

Forse gli investitori de “Le Albere” pensavano a un gran colpo di genio, tipo Franck Gehry a Bilbao, …; pensavano al Piano effervescente giovanile del Beaubourg, ma da allora son passati cinquant’anni (e poi Trento non è Parigi che vale una messa, comunque e dovunque sia, dietro o avanti).

Così come (mi) appare l’ossatura complessiva del progetto urbano “Le Albere” è molto debole; il rapporto con la città storica non si sente e non si vede; è di fiato corto, senza mazzo né Mazzoni che fu. Senza tridente di Nettuno. Il pro-getto Piano non raggiunge nemmeno il vicino “fortilizio” della villa dei Madruzzo, che per qualche tempo (recente) fu sede del Mart. Un frammento rimasto così tristemente a se stante, forse offensivo per i fu Madruzzo, un fuori scala antico, una bomboniera rispetto al tecnologico “Muse”, muse decisamente ammaccate.

Stop, non c’è spazio, non c’è tempo, vado tranchant, vaco ‘e PresS/T, (e poi il mio pare-parere non conta nulla, nda).

Una puntata veloce al Mart di Botta era invece doverosa: un bel progetto, netto e chiaro, saldato con l’asse viario ‘800; una bella collezione museale, con i fantastici Casorati (“due sorelle e due levrieri”, 1910, ad esempio), …; vista anche una bella mostra di “riviste come luogo della ricerca artistica” degli anni ’50 – 60, a Roma, a Napoli … (Il gesto, Marcatre, Linea sud, Documento sud, …) con Luca, Persico, che bello ritrovarli qui al Mart a guida direttiva Maraniello, per i miei 70 anni!

E poi di corsa il Depero che dice e fa: “l’arte sarà pubblicità”, … e ta-ttà l’Armando Testa di Torno l’ascolta e, al piano di sopra del Mart, mostra e di-mostra che … che quell’Arte sognata di Depero se po’ ffa’, … si fece, in tv, tanti anni in fa, quelli ’60 del ‘900 … Carmencita son qui … Calimero, … Cabellero, … che tenerezza!!

Stop, no ancora una foto e un brindisi di compleanno 70 per me, coll’Asti spumante Gancia Riccadonna d’epoca. Cin cin Cinahh!!

Saluti tridentini, Eldorado

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