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Invasioni a Firenze – di Gabriello Grandinetti

L’interesse indotto da una sempre crescente domanda di turismo culturale ha assunto ormai la dimensione di un format transnazionale che orienta una consistente transhumance dei flussi di city users, provenienti anche dai paesi emergenti, attratti dall’offerta culturale del Belpaese.

Per la sua forte connotazione del Brand dei Beni Culturali  , per come risulta dal Ranking analizzato dal Country Brand Index (2015)  su uno sterminato repertorio di opere, individua  l’asset più competitivo nell’industria dei Grandi Eventi.

Tale risultato non si discosta dalle impostazioni di analisi del benchmark che mette a confronto i profili delle principali Città d’Arte italiane: Roma, Venezia, Firenze il cui brand identificativo ha posto in essere nuove strategie di edutainment, erogando cioè forme di mediazione culturale, divertendo : ludendo docere.

Con l’affermarsi di un Mercato Globale dell’ Arte Contemporanea , il cui valore di scambio adotta politiche di merchandising, si comprende come per indurre una forte aspettativa intorno al concept di un Grande Evento d’Arte lo si ponga al centro della scena mediatica, presupponendo strategie di Comunicazione e Marketing, spesso in partenariato tra Pubblico & Privato.

Con ciò non si può  escludere l’erogazione di forme di spettacolarizzazione mediatica, al fine di posizionare un Evento come un qualsiasi prodotto sottoposto a logiche di mercato: vedi anche le  Mostre Blockbuster  il cui imballaggio è confezionato con modalità avanzate che spostano il focus dell’attenzione più sulla componente dell’inganno “emozionale” del fruitore che sul suo reale approfondimento critico.

Per Tomaso Montanari << L’industria delle mostre (meglio dei Grandi Eventi) e le campagne mediatiche su singoli capolavori (spesso inesistenti) attaccano, esplicitamente e frontalmente, la conoscenza, la filologia, la storia, e inneggiano invece alle “emozioni” non si rivolgono a un cittadino adulto, ma a uno spettatore, o meglio a un cliente-bambino.>>

Sia che esse riguardino il rilancio di opere provenienti dall’archivio del passato, da ricondurre pedagogicamente all’attenzione  del presente, sia che vertano su rassegne  di arte contemporanea da installare  opportunisticamente nei contesti  incontaminati del passato , come nel caso di specie delle mostre Open Air allestite in questi anni nel centro  storico di Firenze.

 Palazzi rinascimentali, fortezze o piazze, diventano così il banco di prova di contaminazioni artistiche transitorie che le logiche curatoriali adottano di volta in volta come scambio simbolico con l’alta scuola del Rinascimento a cui le mostre intendono richiamarsi, ma con intenti di rinnovamento,  per  disfarsi di quello stereotipo estetizzante.

Ma non tutte le  performances che  spopolano in città con le loro incursioni  sono convergenti con il clima culturale o le aspettative degli utenti .

Per esempio, abbiamo osservato lo sforzo, non proprio subliminale, dell’artista cinese Ai Weiwei che ha incorniciato con 22 gommoni di salvataggio arancioni le bifore di Palazzo Strozzi per porre all’attenzione internazionale, da quell’insolito capolinea, gli sbarchi dell’Esodo dei migranti in fuga su quei natanti. (“Reframe”). Palese impellenza dell’attivismo politico del Weiwei­­-pensiero che scansa  volutamente scenari anonimi e neutrali, che non darebbero luogo a dissonanze. Il messaggio /installazione  che  rischia quantomeno una deriva populista, sul versante occidentale reclamerebbe anche i nostri sensi di colpa? Per di più infliggendoci un esempio  riuscito di Kitsch in salsa Ketchup  su quei bugnati intonsi?  Allora chi dovrebbe sentirsi un pò in colpa?

Così come, le due stupefacenti statue di cera di Urs Fischer, installate tra l’Arengario  di Palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi, predestinate ad una imminente e “caracollante” liquefazione, perciò tanto più effimere di quanto esse già non apparissero  rispetto alla terza Opera dell’autore, la bronzea: “Big Clay”. Nonostante i pronostici degli ultimi eventi oggi richiamino  un più cauto “tertium non datur”. Al suo spoglio, nessun volo pindarico è stato in grado di sospingere verso una metonimia che indicasse l’inaccessibilità enigmatica dell’astratto per confutare il concreto, dettato dall’evidenza plastica di richiami primordiali oltre che viscerali.

Fischer ,se li va a cercare , proprio in quello spazio esorbitante che sembra ancora echeggiare l’idea di Agorà culturale di Cosimo I. Con buona pace di Giovan Battista Marino : “E’ del poeta il fin  la meraviglia /chi non sa far stupir vada alla striglia !”  L’Opera, inconscia portatrice di nuovi temi allegorici che si affiancheranno a quelli già immortalati nelle sculture che popolano Piazza della Signoria,  da Michelangelo (copia del David) a Benvenuto Cellini  (Perseo e Medusa), da Baccio Bandinelli (Ercole e Caco) a Giambologna (Il ratto delle Sabine), da Donatello (Giuditta e Oloferne) a Bartolomeo Ammannati ( La fontana del Nettuno)… ha innescato una reazione a catena di critiche, troppo facili da alimentare. Dando così la stura ai richiami del passato in uso nel caffè letterario futurista  “Giubbe Rosse”e delle risse inscenate da Marinetti con Ardengo Soffici, Firenze ne perpetua  la sua vis polemica e una universalmente riconosciuta faziosità.

Spostandoci sull’osservatorio panoramico della Fortezza cinquecentesca del Buontalenti che ha avuto come sfondo il diorama virtuale del locus amoenus del XVIII secolo, impresso nella memoria collettiva del Grand Tour, Il forte di Belvedere  ritorna in auge, dopo una breve stasi, con allestimenti di grandi Eventi d’Arte Contemporanea.

L’ultimo in ordine di tempo, “Ytalia. Energia pensiero bellezza”, è inclusivo dell’opera in itinere  “Calamita cosmica” di Gino De Dominicis, già ammirata anche all’apertura del MAXXI, e perciò non proprio di prima mano, ma sempre in linea col tema dell’eterno ritorno.  Il colossale scheletro umanoide deposto sui bastioni del Forte di Belvedere quì appare in tutta la solennità di un’ideale piattaforma funebre.  Il pubblico brulicante è parte dell’Opera, per effetto del salto di scala, d’altronde non era lo stesso De Dominicis che sosteneva : “E’ il pubblico che si espone all’arte e non viceversa ?  Difatti qui sembra attivarsi nella compulsiva ricerca di un altro da Sé, ma si imbatte in un Se-lfie.  O forse sembra domandarsi se quel fossile sfuggito ad una nomenclatura darwiniana, non sia riconducibile all’endoscheletro di una species estinta o di natura extraterrestre. Tuttavia quel teschio dal profilo curieux a becco di volatile, adombrando una sua renitenza fisiognomica, ci informa della sua trasvolata verso l’immortalità. Tema, com’è noto, assai caro a De Dominicis che ha sempre scoraggiato etichettature del suo operato.

Per ultimo, una mostra evento di architettura non costruita, che ha come titolo “Utopie Radicali Oltre l’Architettura: Firenze 1966 -1976 “  dal 20 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018 alla Strozzina. Curatori Pino Brugellis, Gianni Pettena, Umberto Salvadori. ( Fondaz. Palazzo Strozzi – Fondaz.CR Firenze – Osservatorio per le Arti Contemporanee.)

Un incontro ravvicinato sugli esordi di quelle utopie iconiche originatesi nel clima effervescente pre e post ’68, a ridosso della facoltà di architettura di Firenze, con i suoi protagonisti : Archizoom, Remo Buti, 9999, Gianni Pettena, Superstudio, UFO e Zziggurat.

In coincidenza con la grande piena dell’Arno, (1966) che in fatto di “invasioni” perlopiù acquitrinose è stata di una magnitudo incomparabile, a loro invece è toccato rompere gli argini immateriali del conformismo accademico dominante, inaugurando la più visionaria stagione di progetti di anti design.  Quella meglio gioventù distintasi su più fronti, come “gli angeli del fango” loro coetanei, ha saputo disseminare i frammenti di un’Utopia destabilizzante che non tarderà ad influenzare anche le future generazioni di architetti e designers. Tuttavia quella tensione prometeica sospinta dai mirabolanti fotomontaggi di Superstudio & company tradiva l’educazione sentimentale della Città Ideale, prefigurando una Weltanschaung dislocata nell’arcana franchigia dei sogni, punto di osservazione  privilegiato di chi non potrà più essere scacciato dal Paradiso.

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