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L’architettura contemporanea, tra preesistenza e innovazione – di Massimo Locci

Partendo dalle premesse della Carta di Gubbio del 1960, il 28 settembre nella cittadina umbra -Sala Tecla San Marziale – si è svolto un confronto tra Marco Petreschi, Pasquale Belfiore e il sottoscritto, dedicato al tema “L’architettura contemporanea, tra preesistenza e innovazione”. In particolare si è affrontato il rapporto con i piccoli/medi contesti storici, il cui tema nodale è stato declinato attraverso confronti (tra realtà nazionali e internazionali), tenendo conto delle diverse problematiche oggi al centro del dibattito architettonico e delle diverse scale d’intervento.

La Carta di Gubbio e le sue finalità, all’epoca, erano condivise solo da alcuni settori disciplinari: dagli architetti, dagli storici dell’arte e dagli intellettuali. Oggi va rilanciata in modo consapevole, amplificando l’azione dell’ANCSA (Associazione Nazionale per i Centri Storico-Artistici  che a sede nel Palazzo dei Consoli a Gubbio), ed evidenziando le potenzialità progettuali (funzionali ed espressive) dell’architettura contemporanea e della ricerca innovativa per lo sviluppo organico della città. In sintesi fondendo il nucleo antico con la spazialità moderna ed esaltando l’effetto ‘palinsesto’, che valorizza  le dissonanze e rappresenta un nuovo valore espressivo.

Della Carta di Gubbio due punti mi sembrano molto attuali:

  • centri storici = zone da salvaguardare e risanare. Si afferma la fondamentale e imprescindibile necessità di considerare tali operazioni come premessa allo stesso sviluppo della città moderna e quindi la necessità che esse facciano parte dei piani regolatori comunali, come una delle fasi essenziali nella programmazione della loro attuazione.
  • Sono rifiutati i criteri del ripristino e delle aggiunte stilistiche, del rifacimento mimetico.

Gli estensori intravedevano la necessità, quindi, di coniugare esigenze di tutela e salvaguardia, con la contemporanea valorizzazione degli insediamenti di valore storico-ambientale.

Principio che è ora patrimonio comune della cultura architettonica internazionale e, paradossalmente, molto meno in Italia. Nel suo complesso si deve ancora attuare, in particolare, la seconda finalità della Carta, che mirava a individuare azioni/soluzioni organiche e sinergiche ‘tra preesistenza e innovazione’ per lo sviluppo della città moderna.

Il dibattito architettonico, come è noto, è incentrato sul “consumo zero di suolo” che presuppone la riconversione urbana attraverso diverse accezioni, dal ‘riuso del patrimonio storico’ al ‘Costruire nel costruito’.  Le città  necessitano di profonde trasformazioni, che riguardano le aree dismesse, le periferie ma anche ambiti degradati o compromessi dei Centri Storici.

Un ulteriore problema specifico riguarda le nostre aree appenniniche (patrimonio straordinario di CS, paesaggi antropizzati e monumenti), che i recenti terremoti hanno fatto riemergere: faccio riferimento alla problematica del ricostruiamo tutto “dov’era e com’era” che, dopo ogni evento catastrofico, riemerge  come un mantra.

La Carta di Gubbio, viceversa, sollecitava soluzioni rispettose del dialogo con l’antico ma con interventi capaci di essere anche  in funzione del nostro tempo, per cogliere un’opportunità nel cambiamento  e per una finalità propulsiva di nuove identità.

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