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Lettera aperta a Guido Montanari sulla Delibera di Revisione del PRG di Torino (parte I) – di Guido Aragona

 

Premessa per non torinesi. Guido Montanari è assessore all’Urbanistica e Vicesindaco della Città di Torino, di giunta pentastellata. Professore associato di Storia dell’architettura contemporanea alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Con una delibera ha avviato il processo di revisione del PRG vigente.

Salterei tutti i preamboli riguardanti il perché della scelta di questa forma a lettera aperta, che pure mi piacerebbe esplicitare, e passo al dunque.

A me pare che la tua Delibera di Revisione al PRG di Torino sia stata spiazzante e innovativa sotto due profili, tra loro connessi.

Il primo è che, in una fase iniziale, si apre in modo completo alle proposte delle varie componenti della società civile che vogliano partecipare, pur fissando solo alcuni indirizzi generali (il più evidente e direi peraltro ormai scontato, riguarda la negazione del “consumo di suolo”).

Questo è spiazzante, perché in qualche modo tende a far saltare le mediazioni politiche, nonché, in via preliminare, le trattative fatte da portatori di interessi specifici in “camera oscura”. Che tu riesca in questo intento non è scontato, per ovvi motivi di agone politico che coinvolge le appartenenze di ciascuno e che quindi tende a generare una forma di autocensura nei soggetti coinvolti o, in caso contrario, una loro identificazione con la tua parte politica, come una sorta di “collaborazionismo”. Con questa lettera aperta, ad esempio, sarò probabilmente considerato un “collaborazionista” da certuni. In realtà voglio sfuggire a questa logica. Sono solo un cittadino di Torino, indipendente, che ha a cuore i destini urbanistici e architettonici della sua città, che parla all’assessore all’Urbanistica nelle more di una revisione di PRG, a prescindere, per quanto possibile, da appartenenze politiche generali.

Il secondo elemento è in ambito disciplinare. La Delibera, in qualche modo, ripropone una idea di Piano come fatto organico, complessivo, che, a partire dagli anni ’80, era stato abbandonato a favore di un’idea di piano come costituito semplicemente da parti via via regolate in modo incrementale, a richiesta degli operatori una volta definito un quadro minimo. Anche questo aspetto non è di facile realizzazione, in un momento di particolare scarsità di risorse pubbliche. In un certo senso questo approccio si riallaccia a quello del non attuato piano del 1980, allora condotto dal recentemente scomparso Raffale Radicioni, che tu hai sempre ricordato come maestro e che colgo l’occasione per ricordare qui. Cito dalla introduzione di Radicioni al progetto preliminare di quel PRG: (il piano) inteso come trama spaziale, rete di coerenze su cui tessere: la diffusione della centralità; la rottura del monopolio delle aree centrali; la qualificazione dell’ambiente urbano; l’offerta di case a basso prezzo in primo luogo nel centro; l’acquisizione di grandi patrimoni di aree anche in collina, per l’uso collettivo dei boschi, dei parchi, per la rigenerazione dell’ambiente”.

Se così fosse, questa revisione aprirebbe ad una urbanistica diversa, non esclusivamente quantitativa nell’ambito di tecniche di sviluppo di pura regolazione di affari immobiliari con misure di compensazione (peraltro oggi neppure realistica), ma capace di riordino qualitativo, che riesca ad indirizzare l’iniziativa privata tendendo ad obiettivi di interesse generale ed a sostegno dei soggetti deboli.

Alla prossima puntata rimando alcune considerazioni specifiche e di merito che vorrei fare. Su internet, si sa, non si può scrivere troppo alla volta. Concludo questa parte dicendo che, comunque vada, è già stato un bene tentare una iniziativa di revisione di piano con queste due caratteristiche, cosa che non ricordo sia mai accaduto.

(Fine parte prima. Illustrazione: trattamento di immagine a volo d’uccello di Google Earth, Torino e dintorni)

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