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Lode alla tettoia salvavita (abusiva) – di Christian De Iuliis

 

Oggi, e lo sarà ancora per qualche giorno, l’architettura più celebrata d’Italia è una tettoia, non esattamente (si presume) legittima.

In principio furono fabbricati interi, uomini con troppa poca pazienza e tempo per aspettare incerte autorizzazioni, scavavano un fosso mentre prillava il cemento nella betoniera. Similmente, case vista mare nascevano su affascinanti scogliere: villette in stile razional-spontaneo si drizzavano svelte su snelli pilastri, come novelle palafitte. Poi irruppe nel dibattito il concetto di “necessità”: bagni aggettanti, camere per nascituri, terrazze a sbalzo, depositi ipogei. Tutto rigorosamente su base volontaria, fiduciosi nel condono. Ancor oggi, coraggiosi nostalgici, avventurosamente, continuano a costruire così: abusivamente. Così è nata la celebre tettoia, di cui cotanta popolarità.

Molti ignornano che il livello base dell’abusivista è costituito proprio dalla tettoia, che prevede poca fatica e limitati mezzi (naturalmente ci sono sempre coloro che partono per fare una tettoia, e poi, ingolositi dall’opportunità, ci costruiscono una camera sotto, ma si tratta di casi isolati).

La tettoia è manufatto troppo piccolo per la trafila delle concessioni ma sufficientemente grande da consentire all’abusivo di esercitare il proprio ingegno. Estetismi manifestati con un perfetto maneggio della tipologia, o tramite la selezione e la posa dei materiali, padroneggiando statica e scienza delle costruzioni, valutando variabili impazzite come l’azione del vento, l’accumulo della neve, l’arrivo del terremoto o dei vigili urbani.

La tettoia è smart, eco, chic, cool ed insensibile alla qualità dell’edificio che la ospita: splendide tettoie abusive adornano orribili condomini degli anni ’70, o viceversa, dinanzi ad aperture liberty e/o barocche si ergono discutibili esempi di tettoie in alluminio anodizzato, frutto del lavoro di creativi troppo spregiudicati o semplicemente troppo avanti per questi sciagurati anni (ma che intorno al 2100 saranno rivalutati certamente da critici post-contemporanei, nipoti dei critici di architettura pre-contemporanei di oggi).

La personale sensibilità (anche detta “scrupolo”), può spingere il costruttore a consultare persino dei tecnici, presunti specializzati, che però di solito danno fastidiosi e troppo esclusivi consigli. Molto più collaborante si rivela la categoria degli artigiani, che spesso sono a loro volta abili e lesti abusivi, poiché gli unici in grado di passare dalla teoria ai fatti in poche ore. Artisti veri.

Migliaia di tettoie spuntano così ogni giorno, impreziosendo spogli prospetti italici.

Ci vuole tolleranza con la tettoia: evitare di manifestare disprezzo pubblico, per non essere smentiti quando la tettoia diviene attrezzatura salvavita.

Alla numerosa schiera degli adepti della nobile arte dell’abuso ascriviamo oggi quei nordafricani, purtroppo ancora anonimi, autori della tettoia costruita al piano terra di un edificio al quartiere Stadera, di Milano. Nata dalla banale necessità di non essere centrati dagli oggetti che i condomini (che incivili !) lanciavano dalle finestre per allontanarli quando si radunavano a fumare (ecco che ritorna il concetto di “necessità”), la tal tettoia fu realizzata con accurati correntini in ferro coperti da un essenziale, quanto minimalista, foglio in lamiera ondulata, qualcuno sostiene addirittura plexiglass.

Quando qualche giorno fa, un bimbo di 4 anni di origine filippina, è precipitato dal settimo piano di quel fabbricato, la tettoia abusiva era posizionata al posto giusto, con la superficie sufficiente e la rigidezza esatta, tanto che il bimbo ci è morbidamente saltato sopra, atterrando incolume sulle sterpaglie. (clicca QUI per leggere la notizia)

Si fossero avventurati nell’improvvido percorso della legalità, i nordafricani avrebbero fumato a capo scoperto ancora per molti anni (credo per sempre). E il bimbo sarebbe morto, spiaccicato, nel cortile.

C’è chi sostiene che le tettoie abusive andrebbero rimosse, ma quante altre architetture possono vantarsi di aver salvato (praticamente e non idealmente) la vita di qualcuno ? Si può forse dire lo stesso del Guggenheim di Bilbao o di casa Tugendhat a Brno ?.

In un paese dove nulla è esattamente legale, c’è ancora chi si dedica all’arte personale dell’abuso edilizio scansando funzionari contraddittòri e marche da bollo (per fumare in santa pace, vivaddio).

A volte arrivano i carabinieri, in altre occasioni bambini in caduta libera.

Che, rimbalzando, si salvano.

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