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Che Maddonni, a Cerreto Sannita! – di Eduardo Alamaro

Vado sempre molto volentieri a Cerreto Sannita, una lezione di architettura post sisma, valida ancor oggi e per sempre. Studiare e andare per credere! “Post fata resurgo alla grande, mejo ‘e primma”, disse Cerretonova Sannita.

In-fatti (e non parole) … aaa… alle circa meno quasi delle 18,30 del lontano 5 giugno 1688 un terribile terremuoto, (fra il X e l’XI grado della Scala Ser Kall) scosse e rase al suolo la vecchia Cerreto dei potentissimi Carafa, nonché la maggior parte dei paesi del Sannio. Una catastrofe! E non c’era nemmeno la protezione civile e Zamberletti!!

Ancien regime, detto fatto dopo il mis fatto, i Carafa feudatari decisionisti si dettero da fare e, in quattro e quattr’otto, senza burrocrazia, decisero motu proprio di ricostruire la cittadina sannita più a valle, su di un suolo ritenuto più “affidabile”. Non so chi dette loro questa “dritta”, se consultarono i geologi o chi per essi. Sta di fatto che la zona pre-scelta per costruire la nuova Cerreto fu certo azzeccatissimah!, resistente a tutti i terremoti e scuotimenti, dal ‘700 a oggi. Per gli archidetti e ricostruttori non c’è troppa trippa per gatti corsari odierni, che disdetta!!

Il progetto dei Carafa (della Stadera), che tenevano molto al loro feudo per via degli forti introiti derivanti dalla lavorazione e vendita dei “panni di Lana”, fu (ed è) senza svolazzi barocchi e senza fru-fru rococò, progetto sociale e “normale” di qualità del lavoro, volano di sviluppo. L’edificazione del nuovo centro fu infatti iniziata subito dopo la squadratura degli isolati regolari, a scacchiera, a opera del regio ingegnere Giovanni Battista Manni, buon allievo del Picchiatti, non certo una assoluta superstar dell’epoca, alla Cosimo Fanzago. Solo meritevole  “umile mestiere”, (si fa per dire, ce ne fossero.. ).

Il Manni, che fu una vera manna piovuta da Napoli via Carafa, ebbe anche il compito di valutare la rendita dei terreni da espropriare e di risolvere tutte le pratiche e questioni “liquidatorie” annesse e connesse. Lavorò rapidamente e, con l’ausilio di opportuni regolamenti e provvedimenti all’uopo emanati … con lo spostamento nel Sannio di adeguata maestranze edili napoletane, in otto anni otto, la vita ripulso’ alla grande, nella compatta e squadrata Nova Cerreto.

Forse proprio per tale motivo “razionale” e di città del lavoro, Cerreto può essere oggi vissuta, nella società dello spettacolo compulsivo continuo odierno, come città noiosa, prevedibile, reticolare, squadrata ed ad angolo retto. Del tutt’uguale e senza sorprese, (e tale forma della città pare essersi impressa perfettamente nella testa stessa degli abitanti, nel loro carattere regolare e retto).

Qualche deroga all’angolo a 90 gradi, qualche concessione al “capriccio controllato”, alla linea curva sta, ad esempio, nella scala della collegiata (sempre del Manni) nella grande piazza rettangolare, oggi terribilmente vuota e per questo affascinante. Ogni volta che la vedo, che la percorro solitario, mi pare di stare in una di quelle “piazze d’Italia” dipinte da De Chirico negli anni ‘20, (forse una buona idea per una istallazione permanente-mente metafisica oggi),… e tutto ciò, accentua il suo carattere di modello architettonico sospeso nel tempo, letterario, poetico, struggente, interrogativo, eterno.

Così come ingiustamente vuoto e deserto di utenti m’appare sempre il Mus.Cer, Museo Cerreto Ceramica, (progetto arch. Vittorio Maria Berruti di Benevento), recentemente ben ri-confezionato negli antichi spazi conventuali, museo che ruota sulla spettacolare collezione Mazzacane, del luogo.

Cerreto Sannita, infatti, insieme e al pari della confinante “nemica” San Lorenzello, è prestigiosa “antica città della ceramica” dell’AICC; città della gloriosa maiolica del ‘700; città del progetto ceramico industrioso (che periodicamente si vuol rilanciare, ma forse non ci sono più le condizioni e gli intrapren-denti coi denti aguzzi); città delle “riggiole” artistiche industriali dei Marchitto (su modello seriale napoletano); dei gloriosi artefici Giustiniani, ecc. ecc.

Non c’è museo che si rispetti a livello mondiale che non abbia nella sua collezione ceramica almeno un pezzo di Cerreto e San Lorenzello; che non annoveri al meno un servito cerretese di maiolica che se la giocava, a suo tempo, con quelli coevi di porcellana, col “Capodimonte” e col Meissen, dai quali furono poi soppiantati … e da lì, da quell’avanzamento tecnologico porcellaneo, iniziò il declino de-maiolicaro dell’attardata Cerreto senza Carafa e senza adeguate caraffe nove, … fin (quasi) alla sparizione ceramica stessa, come del resto avvenuto per tante località ceramiche italiane al passaggio della modernità, (pensate alla dinamicissima “vecchia Savona”, ad esempio, nda).

21 settembre, giovedì: son venuto qui a Cerreto Sannita per visionale de visu l’opera di Antonino Maddonni, attivo e molto-riservato ottuagenario ceramista & ceramante di Cerreto Sannita, di origine molisana non dimenticata, educato poi a Napoli, all’Istituto Statale d’arte alla Paggeria, sopra piazza del Plebiscito, negli anni ‘50.

Il Maddonni chiede (a suo rischio e periculo) una mia presentazione per una sua antologica “totale” (pittura, scultura in ferro, ceramica di tradizione, ceramica “moderna” di sperimentazione), pre-vista per il 2 dicembre, siete invitati. Amo molto la generazione di ceramica resistente (e da tanto tempo perdente) di tipi come Antonino Maddonni, quella formatasi, appunto, dicevo, negli Istituti d’arte italiani post-fascisti negli anni cinquanta del ‘900, fatta di giovanissimi docenti di laboratorio che animarono volenterosi e speranzosi studenti. L’ascensore sociale allora iniziava a funzionare a pieno ritmo, e la ceramica sembrava un buon veicolo.

E’ (anzi, era) questa una generazione postbellica uscita dalle macerie della guerra che ha accarezzato un sogno democratico e di emancipazione, in qualche modo di rivolta: che la ceramica d’arte nuova, libera e innovativa, nel segno della rivoluzione di Picasso a Vallauris, ma non dimentica della linea dell’inviso ornato (“Ornamento è delitto!”, s’era sostenuto, ahinoi!!), si liberasse da antichi vincoli e sudditanze pittoriche e plastiche “applicative” e domestiche e … e si presentasse al pubblico e alla critica nova, – meglio: che fosse valutata – come energia d’arte autonoma, fresca, inedita, connotata da una propria lingua e specificità moderna, attuale. Non più arte aggettivabile con applicata, decorativa, graziosa, minore e minorata … ma arte e basta. Arte Maiuscola.

Questo Maddonni di Cerreto per me è stata una sorpresa. Piacevole sor-presa. Lo conoscevo poco, appartato e ritroso com’è. Non appare in nessun catalogo e mostra nazionale di ceramica d’arte che conti veramente, oltre la sua stretta Cerreto. A corredo di un mio lontano articolo pel Manifesto di “Ceramica E’ ”del 2002, avevo pubblicato una sua piastrellina maiolicata, (lato 8 cm.) presentante un uccello dai rapidi tocchi, con questa didascalia: “… bella abbreviazione attuale del segno cerretese operata con maestria da uno dei più vivi artefici del luogo campano”.

Era certo un’opera minore, “commerciale” e tradizionale del Maddonni (alle quali peraltro il nostro  tiene molto) ma … ma che mi fece (e fa ancor oggi) ricordare il giovane Le Corbusier che, alla fine del suo “Viaggio in Oriente”, scrive delle sue architetture future (che poi fece) “… con la certezza di non potere mai arrivare ad una qualche proporzione, ad una qualche unità, ad una qualche chiarezza degna perfino della più piccola catapecchia di provincia costruita secondo le leggi inestimabili di una tradizione secolare”.

Ero quindi rassegnato a vedere delle cose gentili, oneste, di maniera, nel solco della tradizione antica e moderna ceramica, quando (Mai dire mai!), la sorpresa: di Maddonni ce n’erano due, e a me è apparso il vero Maddonni, miracolo a Cerreto!!

Maddonni infatti si prega e si recita al plurale rafforzato, sin dal suo cognome: c’è un Maddonni legato al Mondo, al mondano, al tempo, al suo tempo paesano, magari tempo d’arte perso, alle mode; al compatibile col luogo, specie al cimitero e all’immaginario religioso consueto di Cerreto (e qui metterei le varie Annunciazioni “bianciniane”, le vie Scrucis, i Gesù in croce ceramica, i ritratti, i mezzibusti e mezze seghe , ecc.. ecc … ), e … e poi c’è il Maddonni tosto fuori/luogo che appartiene all’Eterno, dico e scrivo al Padreterno, che -secondo dottrina- è il “Creatore e Signore del cielo e della Terra”, specie delle Terre d’arte ceramiche (che, son certo, Dio privilegia).

Intendo qui il Maddonni netto e di fede, seguace del Gesù non decorativo e chiesastico, quello dello Scandalo sulla Croce, del “… non sono venuto qui a metter pace sulla Terra ceramica, ma la Spada dell’artiere”. Il Cristo implacabile del “Sono venuto a separare il figlio moderno dal padre della tradizione idolatra, la figlia emancipata dalla Madre Terra consueta e consunta, la nuora intra-prendente dalla suocera pettegola e capera … Amen”.

E’ qui che fuori-esce, forte e chiaro, il Maddonni “cafone” irriducibile, che ho apprezzato subito, che mi ha sor-preso: quello montanaro, interno e interiore, profondo, montuoso; quello che va “dall’inconscio atavico … alla drammaticità odierna”, da Nicola Belloni d’Isernia (recentemente riproposto in una meritoria mostra) a Guido Gambone, irpino-vietrese (e ritorno); ol Maddonni –prevalentemente ceramico– proveniente dall’iserniese, dai boschi del Molise degli indomiti sanniti che resi-stettero con le loro cittadelle molecolari autocentrate per tanto tempo ai romani invasori, tanto tempo fa. Forse troppo tempo fa … ma sempre qualcosa rimane dentro, nelle Terre.

Che vi devo dire, amici miei ‘e PresS/T. Vi allego e rallegro un paio di immagini-campione delle opere del Nostro, dite voi. Son perfetti esemplari nello spirito e forme anni cinquanta/sessanta ‘900, remoti e futuro-remoti, tale e quali e rivissuti oggi. Il tempo s’è fermato, miracolo del Maddonni!! Stop. Passo e chiudo.

No, un momento. Spero di trovare in qualche luogo remoto nostrano un Maddonni dell’architettura non convenzionale, che abbia in sé questa “rusticità”, questa forza cambellottiana, questa rudezza ancestrale … invece io trovo sempre sulla mia via gente d’architettura per bene, normale, troppo studiata, avvocati-zia, normata, prevedibile, colta, corta … non selvaggia come questo “cafone” di Maddonni in ceramica sannita che fu … e che è!

Ma la ricerca continua!! MAI dire Mai. Il fuoco cova sempre sotto la cenere del forno (ceramico d’architettura). Ci può stare sempre un Gaudì nascosto che fa: “son qui, chi-cchi-ri-chi??!!”

Alla prossima, Eldorado

2 Comments

  1. Lorenzo Morone 10/10/2017 at 10:47

    Decisamente un ottimo scritto. Una sola precisazione: il progetto del Museo della ceramica di Cerreto è opera mia. Quello dell’Arch. Vittorio Maria Berruti, che ne costituiva una variante, non fu mai finanziato…. così…solo per un po’ di “Cicero pro domo sua” e/o per dare a Cesare quello che è di Cesare, nel bene e/o nel male. Arrivederci a Cerreto per la personale, finalmente, di Tonino Maddonni.

  2. eldorado 11/10/2017 at 17:37

    Grazie per la condivisione del post. Prendo atto della precisazione del collega Morone. Ero rimasto indietro di un decennio, al convegno a Cerreto (assessore Giannetti) del 27 settembre 2008 centrato sulla “Tradizione figulina e prospettive del marchio di qualità” nel quale il Berruti architetto presentò il suo Muscer, finanziamenti a parte.

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