presS/Tletter
 

Il nutrimento dell’architettura [77] – di Davide Vargas

 

In città c’è un tabellone pubblicitario di nuove abitazioni che promette: “vivi al centro della bellezza”. Di quelli giganteschi, che invadono la vista e, in questo caso, contaminano il paesaggio di certe riconosciute emergenze urbane. Solo che l’edificio rappresentato è un casermone di edilizia, diciamo così, discutibile. Sfilza di balconi, finestre con tapparelle, intonaco ocra.

Certo, il centro della bellezza, si legge nella pubblicità, è il contesto che, si sa, è inequivocabilmente carico di bellezza. Come a dire: il massimo della bellezza oggi può venire solo dall’antico, per il nuovo non se ne parla. Ma si può vivere sia pure in un ambiente di grandi stratificazioni ma in spazi privati, domestici, il proprio ambiente, che rinuncino a confrontarsi sul piano dell’architettura? Mi sembra un manifesto, questo sì nella metafora, di una condizione di abdicazione totale che stiamo assistendo progredire quotidianamente verso la totale assenza dell’architettura, della sua domanda e delle sue qualità dal nostro orizzonte.

Mi viene in mente un pezzo di una poesia di Vittorio Sereni: …un dirotto orizzonte di città./Perché non vengono i saldatori/perché ritardano gli aggiustatori?

Il disegno è tratto da: Davide Vargas, Città della Poesia, LetteraVentidue, 2012

Leave A Response