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Il nutrimento dell’architettura [79] – di Davide Vargas

 

Oggi sono andato a vedere la Stazione Napoli-Afragola progettata da Zaha Hadid Architects. È un’opera che ha generato molte polemiche [cattedrale nel deserto, inutilità di una localizzazione periferica, costi e altre più gravi ancora]. In effetti quando sembra che ci sei, devi fare un giro tortuoso tra strade appena più che “di campagna”, ma forse questo è uno dei pezzi ancora da ultimare. In più, certo siamo agli inizi ma si ha la sensazione che non ci sarà neanche in futuro un grande traffico di treni.

Ma detto questo, e a parte questo, e a parte un’innegabile bellezza che respiri attraversando gli spazi con l’impressione tattile direi che è il tuo percorso la matrice che determina forme direzioni involucri trasparenze continuità e tutto quello che c’è, a parte tutto ciò, ho visto persone di questa terra con l’inconfondibile imprimatur delle mani callose degli uomini e dei vestiti neri a giro braccia per le donne, ho visto persone così aggirarsi lì dentro e guardarsi intorno ad occhi spalancati. A qualcuno ho anche chiesto.

Non può che fare bene quest’opera ad una terra che ha un bisogno disperato di educare i suoi figli alla bellezza. A riconoscerne il valore sovversivo dell’emancipazione.

Questo pezzetto l’ho scritto ai tempi dell’inaugurazione, più o meno fine luglio. Oggi a passare da quelle parti, in macchina sulle corsie della superstrada che attraversa i campi di broccoli, ho la sensazione di una presenza incardinata nel profilo del paesaggio. Tanto che mi chiedo: se ne potrebbe ormai fare a meno? Direi di no.

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