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Paesaggi e Personaggi – di Alessandra Muntoni

 

Questo il titolo dell’ultimo libro, per i tipi di Bompiani, di Gillo Dorfles che, all’età di 107 anni, ci porta in giro per il mondo attraversando l’intrecciata gamma dei protagonisti di una élite culturale italiana e internazionale che interagisce a distanza. Il volumetto mette insieme una serie di scritti che Dorfles ha pubblicato in riviste e giornali quali «L’Illustrazione Italiana», «Domus», il «Corriere della Sera» nel secolo scorso e nell’inizio di questo. Ma a tutti, riorganizzandoli per aree geografiche, ha premesso una breve introduzione del 1917. Così le città e le regioni italiane, l’Europa dell’Est, capitali quali Vienna Berlino e Londra, il magnifico squarcio della Grecia, e poi il Portogallo, l’America del Sud e del Nord, da Brasilia a New York, fino a Taliesin, emergono da tempi lontani, dal momento nel quale ognuno di questi luoghi si è segnalato per un singolare apporto nel mondo, per il lavoro dei suoi intellettuali, architetti, artisti, letterati, musicisti, per le loro forme di metropoli contraddittorie e fascinose, ma presenti e attuali nella graffiante penna del critico triestino, tali da percepirsi nella loro plastica capacità di rigenerarsi dai continui conflitti e dalle distruzioni belliche. Non manca l’Oriente, il Giappone, la Russia, il Giappone, Hong Kong.

Tra i tanti, colgo un frammento che mi ha colpito: la Firenze dell’immediato dopoguerra, dopo il disastro delle bombe naziste sui suoi ponti : un articolo del 1945. «La distruzione di Firenze, scrive Dorfles, nella sua limitazione così metodica e crudele, è stata diversa da quella di ogni altra città: non scoppi accidentali di granate con indiscriminatezza di bombardamenti aerei, ma, nell’ipocrita rispetto dei nazisti per la magnificenza monumentale della città, uno squarcio unico totale, che doveva mutarne profondamente il volto». Ma, due pagine dopo, aggiunge: «La Firenze distrutta è altrettanto bella della Firenze intatta: arriverei ad affermare, in un certo senso, che la cristallina staticità della capitale toscana abbisognava di questa brutale scossa per sciogliersi dalla morsa dei secoli per poter affrontare il problema complesso e pericoloso della ricostruzione con un rinnovato spirito». Una tesi davvero azzardata, quasi marinettiana, della quale non poteva essere d’accordo Bernard Berenson. Ma Dorfles, ovviamente, è in sintonia con Ranuccio Bianchi Bandinelli che non voleva ricostruire tale e quale la zona mutilata, ma riproporla con idee del tutto nuove.

Un ragionamento d’azzardo che ci fa riflettere. Forse allora non potevano essere d’accordo i fiorentini. Ma nel 1968, con accenti virati dal drammatico al sarcasmo, Superstudio ha inneggiato all’alluvione di Firenze come unica possibilità di una sua rigenerazione.

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