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Classicismo, folklore e avanguardia – di Alessandra Muntoni

 

Dal libro di Gillo Dorfles Paesaggi e Personaggi, di cui s’è detto l’altra settimana, estraggo un’altra sua riflessione, questa volta del1957. Allora, varcando la soglia del Museo archeologico di Atene, il critico rimane stupefatto dall’anticlassicismo delle anfore minoiche, delle statuine cicladiche, nonché delle statuette-poltrone beote lì esposte che Savinio avrebbe rielaborato nelle sue poltro-mamme. E si chiede come mai viva ancora “la leggenda di una Grecia immutabile, classicamente composta”. Forse perché, risponde, la Grecia, ha avuto dagli dei “questa luminosità tersa e marmorea, questa impeccabile fusione di rocce e di pini, di bianco, di verde e di azzurro” cosicché, anche se quella civiltà era già finita nel medioevo, sopraffatta dai veneti, dagli arabi, infine dalla civiltà meccanica del presente, “chi scende nelle acque violette dell’Egeo, sente che la sua carne di europeo putrescente viene di colpo disinfettata e resa più trasparente e gloriosa”. E, d’altra parte, a Dorfles non sfugge l’accordo tra questa purezza ellenica e le architetture spontanee, o vernacolari, di Santorini, Mikonos e delle altre isole greche, quasi a presagire un “continuità costruttiva” tra Grecia di ieri e Grecia di domani. Un fascino e una continuità che Le Corbusier aveva già spiegato in Vers une architecture.

Ma ancor più sconvolgente è quanto avevano colto Picasso, Djagilev e Cocteau nel loro viaggio in Italia, a Roma e Napoli, tra il 1917 e il 1925 per preparare il balletto Parade, oggetto in questi giorni di due magnifiche mostre romane sulle quali tornerò. Qui non è solo continuità tra due declinazioni di semplicità, una aulica e l’altra popolare, ma il dirompere di dissonanze capaci di coniugare la magnificenza delle sculture antiche esposte al Museo Archeologico di Napoli, dei Templi di Pestum, dell’architettura barocca, con la ridondanza delle ceramiche di Capodimonte, la grossolanità della farsa e della la vita di strada, con l’avanguardia cubista.

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