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La città di Sabbioneta come nuova scena del suo teatro all’antica – di Alessandra Muntoni

 

Anna di Noto e Francesco Montuori avevano realizzato nel 1996 la scena andata perduta del teatro della cittadella ideale realizzata da Domenico Giunti per Vespasiano Gonzaga sulle rive del Mincio, nel territorio mantovano bonificato da Luca Fancelli. Ora hanno pubblicato un libro che ne spiega la metodologia progettuale e la ricerca storica che ne è stata indispensabile premessa.

Dopo un’attenta analisi iconografica, dei documenti e dei testi critici sull’argomento, capiscono che potevano contare soltanto su un disegno di massima che Vincenzo Scamozzi aveva presentato nel 1580 al Duca con la pianta e la sezione del teatro ove non compariva che la parte sinistra della quinta scenica con lo scorcio prospettico di una strada. Come completare la parte mancante? La scena per il Teatro Olimpico di Vicenza dello stesso Scamozzi è subito scartata, come scorciatoia inaccettabile, anzi come un “falso”. Altrettanto i disegni coevi di altri autori. Per arrivare a una soluzione convincente i due architetti trovano un’altra chiave, più reale e concreta: l’analisi accurata della città e del suo territorio. Non sarà più il teatro che allude alla città ma la città che si riversa nel teatro. Di Sabbioneta Anna e Francesco rilevano allora assi e percorsi, individuano i palazzi del potere e quelli popolari, mettono in evidenza le Porte che si aprono sulla campagna e sul paesaggio, e di questi immaginano un assemblaggio che propone una nuova piazza e una strada così come nella “scena comica” prescritta dal Serlio. Perché tale doveva essere la scena del teatro di Sabbioneta, configurando i due affreschi a sinistra e adestra del peristilio, dal quale si sarebbe affacciato Vespasiano, la “scena tragica” – il Campidoglio – e la scena satirica – il Castel Sant’Angelo, a completamento teorico e allusivo dello spazio della rappresentazione e dell’ascolto. La stessa posizione cardine del Teatro all’Antica nella planimetria della città, e ora sulla destra della scena, suggerisce ai due architetti la metafora chiave del progetto: «l’immagine simbolica di Sabbioneta sperata da Vespasiano “a figura di quella particolare città”, Roma, “la città di cui ogni città è figlia e inadeguata variante”, svolgendo lo stesso tema nel processo inverso». Ne scaturisce l’unità dello spazio, insieme allusivo e avvolgente. Di qui la strada procede disciolta e sicura, avvalendosi della propria capacità di elaborare le necessarie restituzioni prospettiche e del lavoro di abili artigiani capaci di lavorare il legno come da tradizione per tradurre in terza dimensione i loro accurati disegni.

Colpisce come il mito di Roma, così forte e capace di produrre per secoli infinite varianti, seppure “inadeguate” e in questo caso sconfitte dalla storia, non sia più che un ricordo lontano. Sulla testata del teatro di Sabbioneta è inscritto il motto: ROMA QUANTA FUIT IPSA RUINA DOCET. E dalla rovina non è detto che non possa riverberarsi una lezione utile ancora oggi.

Vedi: Anna di Noto, Francesco Montuori, La costruzione della nuova scena prospettica nel Teatro all’Antica di Sabbioneta, Collana e-book GRAU2, Streetlib 2017

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