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La civiltà architettonica in Italia dal 1945 ad oggi – di Cesare De Seta

 

Di Loganesi Editore il libro di Cesare De Seta: “La civiltà architettonica in Italia dal 1945 ad oggi”.

 

“CAPITOLO I IL SECONDO DOPOGUERRA

Dalla resistenza al dibattito sulla ricostruzione

Il dopoguerra fu un momento assai dif cile, ma pieno di entusiasmi e di speranze: gli architetti, ancora una volta, si trovarono dinanzi a scelte impegnative e sembrò che potessero affrontare in modo nuovo i nessi tra politica, cultura e professione. Sarà speranza vana, ma lo sforzo della ricostruzione li chiamò direttamente in causa. Gli sta- ti d’animo furono diversi e contraddittori. Le città italiane, riemer- se dalle macerie, espressero con evidenza, nella drammatica realtà del 1945, la tragedia che il Paese aveva vissuto e i problemi che a esso si ponevano. Bisognava ricostruire case, strade, ponti e porti, reti ferroviarie ed elettriche. Il dibattito sul tema della ricostruzione si accese presto e ciascuno degli interlocutori lo affrontò portando con sé l’eredità delle esperienze vissute nel ventennio fascista e delle ri essioni maturate nell’infuriare della tempesta. Alcuni dei princi- pali esponenti della scena architettonica mancarono però all’appunta- mento: Giuseppe Pagano, sulle pagine di uno degli ultimi numeri di Casabella-Costruzioni, aveva preso spunto da una conferenza del ’41 di Alvar Aalto – pubblicata integralmente in precedenza sulla rivista e nella quale il maestro affrontava il tema della ricostruzione dopo la guerra russo- nlandese del ’39-40 – per ri ettere su un tema che di lì a poco avrebbe sollecitato ampie discussioni: «Di fronte a queste ricerche e a questi presagi molti nostri funzionari e parecchi dei nostri accademici e tutti coloro che vivono pigramente soddisfatti della re- torica delle tradizioni suf cienti sorrideranno scetticamente di tante

preoccupazioni per una casa in serie e di tante parole per un’archi- tettura ’minore’; pronti a lasciare, come sempre, la responsabilità di questi problemi all’empirismo dei tecnici interessati o improvvisati, alla burocrazia dei funzionari legati a vincoli politici o pubblicitari e ai cattivi regolamenti o alle speculazioni della borghesia capitalisti- ca, abituata ancora a dominare, più o meno indisturbata, il mercato delle abitazioni».1 Ma Pagano era morto in un campo di sterminio nazista, e la stessa ne era toccata in sorte a Raffaello Giolli e a Gian Luigi Ban ; Filippo Beltrami (1908-1944) e il giovanissimo Giorgio Labò (1919-1944) erano invece caduti sotto il piombo fascista. Sarà in nome di costoro che la nuova architettura italiana intraprenderà quello che sarà il nuovo corso dal primo dopoguerra no alle soglie degli anni Cinquanta. Nel naufragio dell’architettura italiana molti uomini di valore si erano perduti, ma molte idee sopravvissero al regi- me e stentarono a essere scalzate, nonostante il quadro politico fosse radicalmente mutato. La continuità tra l’architettura del ventennio fascista e l’architettura dell’immediato dopoguerra risiede dunque nella stessa continuità biogra ca di alcuni suoi protagonisti, dello schieramento modernista come di quello accademico che, dopo una breve fase d’oscuramento o di farsesca epurazione, riconquistò tutto il suo potere nella scuola e nella professione.

Il rigurgito dello schieramento più conservatore, legato alle più ver- gognose imprese edilizie del regime fascista, si può datare con preci- sione: con le elezioni del 18 aprile 1948 e la vittoria schiacciante della Democrazia cristiana si infrangono le speranze di quanti avevano pun- tato con onesto fervore in una ricostruzione – rivelatasi utopica – che fosse il frutto di una cooperazione tra le forze democratiche che nella Resistenza e nella battaglia istituzionale per la Repubblica si erano bat- tute sulla stessa linea di frontiera. Possiamo dunque schematicamente indicare come una fase di transizione i tre anni dal 1945 al 1948, nei quali più concrete sono le speranze di un radicale rinnovamento. I lutti del lungo con itto, il rientro doloroso dei reduci dai tanti fronti disseminati per l’Europa e l’Africa, la guerra partigiana, erano espe- rienze ancora vive e cocenti e consentivano a più d’uno di considerare l’impegno della ricostruzione un dovere civile, una sorta di s da da accettare così come essa si presentava. In questi anni si affermò un’i- deologia della ricostruzione interclassista e il volontarismo, la voglia di rimboccarsi le maniche senza andare troppo per il sottile preval- sero. Una linea di condotta nella quale si possono rintracciare anche umori piccolo-borghesi di tradizione cattolica e conservatrice, se non addirittura neofascista, che puntano a privilegiare su ogni altro dirit- to quello alla casa, anzi il diritto alla proprietà della casa e il diritto alla proprietà della terra, considerandoli beni supremi da tutelare e da difendere contro ogni rischio di collettivizzazione che sarebbe dovuto venire – ma non venne – dalle masse operaie e contadine organizzate sotto l’egida dei sindacati e dei grandi partiti della sinistra.

Nel dibattito sulla ricostruzione il tema della casa af ora con pre- potenza: perché di case hanno bisogno gli italiani e, tra questi, so- prattutto gli operai delle grandi città industriali, la forza sociale che durante la Resistenza aveva contribuito a scon ggere col sangue gli ul- timi atroci sussulti dell’oppressione nazifascista. Ma a gestire la politi- ca della ricostruzione non furono le grandi masse operaie e contadine: le forze laiche e democratiche, lo stesso gruppo dirigente del Partito comunista, sia pure con diverse motivazioni, condussero una politica che, scansando i rischi del muro contro muro, certamente contribuì a lenire i con itti sociali che ben presto divamparono in tutto il Paese.

Il PCI e il PSI, maggiori partiti d’opposizione, avevano ri utato una «soluzione catastro ca» e, di fatto, avevano scelto una via alla ricostruzione che lasciasse «un campo vasto all’iniziativa privata tanto nella produzione quanto nella distribuzione e nello scambio» giacché, ebbe a dire Togliatti, «una piani cazione generale della nostra econo- mia ripeto che la ritengo utopistica».2

Questa posizione cauta non fu tuttavia suf ciente a risolvere i nodi che si erano aggrovigliati, ma rimandò di poco lo scontro di classe che nelle lotte per la casa e per la terra fu assai duro, sia negli anni che precedettero il 1948, sia dopo il 18 aprile. Sulle grandi masse operaie e contadine – svanita ogni ipotesi di collaborazione con la DC – si abbatté la repressione poliziesca nelle fabbriche, nelle campagne, nelle

piazze e nelle vie delle città italiane. Tra lotta di massa ed elaborazione culturale, si venne ben presto a istituire una relazione se non diretta certo tenace: alcuni architetti, soprattutto al Nord Italia, avevano mi- litato nelle formazioni partigiane, nella clandestinità si erano iscritti ai partiti della sinistra o a quello cattolico e avevano con questi istituito rapporti di collaborazione, avevano in sostanza preso contatto con una realtà umana e sociale che il regime, per venti anni, aveva tentato di occultare e reprimere.

Lo specchio più fedele degli umori e dei fervori di quegli anni è senza alcun dubbio Il Politecnico, la rivista fondata da Elio Vittorini, che nel 1945 aveva pubblicato il romanzo civile Uomini e no:3 con il periodico, edito da Einaudi, programmaticamente e gramscianamente lo scrittore siciliano volle istituire e fecondare un rapporto – che mai si era realizzato nel nostro Paese – tra le masse operaie e contadine e i lavoratori della cultura.4 Non è questa la sede per ripercorrere le tappe di quella generosa impresa,5 ma è senz’altro utile sottolineare il fatto che sulle pagine della rivista – disegnate da Albe Steiner6 con evidenti riferimenti alla tradizione gra ca del Bauhaus – non mancarono ar- ticoli, servizi, inchieste che affrontarono il tema della ricostruzione e quello ancora più spinoso del «come» ricostruire. Non sorprenderà che il primo articolo dedicato all’argomento sia apparso sul secon- do numero del Politecnico e abbia riguardato la ricostruzione edilizia nell’URSS. I toni sono quelli usuali che si riscontrano nella contempo- ranea pubblicistica di sinistra abituata a celebrare con accenti apologe- tici le grandi imprese dello Stato-guida.7 Sul numero successivo viene presentato il Piano AR (Architetti Riuniti: Albini, Bottoni, Gardella, Mucchi, Peressutti, Pucci, Putelli, Rogers) per la ricostruzione di Mi- lano (1945-53): tra gli autori vi sono alcuni degli architetti vicini a Giuseppe Pagano, con cui avevano condiviso l’esperienza del progetto Milano Verde.8 Sul piano delle proposte siamo in linea con le formula- zioni dell’urbanistica razionalista così come allora erano conosciute in Italia. Ma una prospettiva politica sul tema delle localizzazioni indu- striali e della residenza operaia af ora con chiarezza: il decentramento delle industrie richiede automaticamente la «formazione di zone re-

sidenziali attinenti alle fabbriche» con tutti i servizi e le attrezzature indispensabili, in modo da offrire «alle masse lavoratrici condizioni di vita in nitamente migliori di quelle che si trovano in città».9 Sarà un’ef ciente rete di trasporti a garantire facili collegamenti con la città. In modo schematico possiamo dire che emerge una strategia dell’uso della città e delle sue attività produttive che avrà modo di manifestarsi con ben altra arroganza durante tutti gli anni Cinquanta e poi ancora negli anni successivi. Le idee, in sostanza, anche nei meglio inten- zionati che promettono ai lavoratori case, scuole, giardini, cinema e parrocchie, restano ancorate a un modello statico, se non immobile, dei rapporti che intercorrono tra residenza e apparato produttivo. Nei primi anni Sessanta, col primo governo di centro-sinistra, maturerà un’elaborazione più articolata e so sticata, ma altrettanto incapace di risolvere i drammatici problemi che il decollo industriale del Paese farà esplodere con tutte le sue contraddizioni.

In un articolo successivo, sempre sul Politecnico, Ernesto N. Rogers (1909-1969)10 – che sarà uno dei protagonisti più prestigiosi e ascoltati del dibattito architettonico per tutto il dopoguerra – aveva riconnesso i li di una tela che il Movimento Moderno in Italia, a fatica e tra molte ambiguità, aveva tessuto durante la stagione buia del ventennio fascista. Per Rogers la casa nuova è tutta ancora lì, nella tradizione delle Siedlungen tedesche, nelle esperienze dei maestri della modernità, ma perché queste piante possano frutti care «occorrono tempestive rifor- me sociali e innanzitutto una ’revisione spregiudicata dell’istituto del- la proprietà’. Molti vincoli di essa inceppano le nostre azioni».11 Sono parole chiare e premonitrici di logoranti quanto vane battaglie che si protrarranno per molti decenni: «Il problema della casa sta al centro della politica». Rogers colse con lucidità un aspetto decisivo della po- litica edilizia del Paese, ma furono in molti – chi per interesse, chi per disinteresse – a sottovalutare l’entità della questione. La sua prima raccolta di saggi, Esperienza dell’architettura,12 è una ricca selezione dei suoi editoriali per Casabella-Continuità e su di essi – si può ben dire senza retorica – si formarono molti architetti italiani dell’ultima leva. La rievocazione dei suoi esordi non è risentita, ma neppure bonaria: Rogers non si limitò a rivedere le bucce alla scuola diretta da Gaetano Moretti – architetto eclettico e primo preside della facoltà di Architet- tura di Milano (1933) –, andò più a fondo e scoprì i suoi intendimenti su più fronti. Nella scuola milanese si era legato ai compagni di studio Ban , Belgiojoso e Peressutti, insieme ai quali aveva dato vita nel 1932 al celebre gruppo BBPR. Il centro della sua didattica era stato e rimase Walter Gropius, il maestro al quale si sentiva più vicino e a cui era più riconoscente, ma pure si devono a lui le prime e pionieristiche letture dell’opera di Henry van de Velde e dei Perret:13 contrariamente ai ma- estri del Moderno, disse a chiare lettere che bisognava rileggere con occhi diversi la stagione Art Nouveau e, in Italia, quella del Liberty.

A questa tematica così correttamente impostata seguirono, sul pe- riodico di Vittorini, una serie di inchieste giornalistiche sulle borga- te romane, in cui si distinse il grande poeta Giorgio Caproni (1912- 1990),14 che dovevano mettere in luce gli aspetti più nefandi della segregazione di classe subita dai ceti popolari in seguito ai grands tra- vaux nel centro storico della capitale voluti dal regime a maggior gloria di Roma imperiale.15 Queste le posizioni politicamente più incisive, o meno elusive, a petto della drammaticità dei problemi che erano sul tappeto; altri interventi riguardarono gli indirizzi di tendenza e di gusto che emergono dal Politecnico. Di Steiner e del suo lavoro gra co si è già detto, alla tradizione Bauhaus viene dedicata attenzione par- ticolare sia nelle illustrazioni sia in taluni interventi di divulgazione dedicati alle esperienze di Weimar e Dessau.

Più signi cativo, per documentare i nuovi fermenti che serpeggiano nella cultura architettonica di quegli anni, è un intervento del 1946 di Giulia Veronesi (1906-1973) che in seguito ebbe un ruolo appartato, anche se profondamente incisivo: l’articolo è una reprimenda contro Le Corbusier, «elegante architetto borghese», tutto a favore di Frank Lloyd Wright, maestro americano portatore del nuovo verbo dell’architettura organica; una battuta perentoria e caustica riassume il senso dell’ar- ticolo: «Le Corbusier ci sembra più vecchio del vecchio Wright».16 L’articolo doveva dare la stura a una serie di conversioni alla poetica organica che era perfettamente in linea col clima e le mode dell’epoca: America, America, il pane bianco, le sigarette bionde, le calze di nylon, le maggiorate siche, la gomma da masticare, il jazz, le camionette che scorrazzavano per le città liberate; il paese di Paperon de’ Paperoni ave- va conquistato anche l’architettura italiana. Fedelmente, Il Politecnico registrò questo cambio di rotta che un posto tanto grande avrà nella storia del dibattito architettonico del dopoguerra quanto piccolo lo ha nella storia dell’architettura italiana propriamente intesa. L’esperienza del Politecnico si concluse bruscamente con un acre scontro con il lea- der del Partito comunista: Palmiro Togliatti17 scese in campo in prima persona per tacitare una voce non allineata con la dirigenza del partito.”

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