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Lettera aperta a Guido Montanari sulla Delibera di Revisione del PRG di Torino (parte II) – di Guido Aragona

 

Vorrei in questa seconda parte accennare a due aspetti che mi piacerebbe fossero oggetto della revisione al Piano, a mio avviso trascurati nel dibattito corrente.

Il primo riguarda le schede normative delle Zone Urbane di Trasformazione e i relativi schemi di “regole edilizie”, per quanto non ancora attuato. Tali schede sono state pensate con un’idea sostanzialmente “tardo corbusieriana” di città, secondo la declinazione – tipica di Gregotti e Cagnardi che la “mitiga” attraverso l’attenzione ad allineamenti ed assi urbani esistenti – ma comunque basata su un edificato in blocchi di grande dimensione, anche in altezza, e di grandi spazi aperti pubblici, spesso non concepiti come spazi ma come resti dell’operazione immobiliare. I risultati che ne sono conseguiti in termini di architettura della città sono chiaramente insoddisfacenti, innanzi tutto come trama spaziale urbana, e, di conseguenza quasi necessaria, di qualità architettonica.

È un modello di trasformazione che oltretutto favorisce pochi operatori nel campo delle imprese e dei progettisti, impoverendo la qualità diffusa, anche sul piano produttivo e professionale. Questi risultati negativi non sono soltanto visibili nelle grandi aree di trasformazione a prevalenza residenziale (quali Spina 1 e 3), ma anche, e forse soprattutto, in aree di minore dimensione. Per dare due esempi agli estremi dell’arco temporale della vigenza del PRG, si pensi all’area Gardino, e, ultimo frutto, all’area dell’intervento denominato commercialmente “Park view”, pur non direttamente derivato dalle schede normative di Piano, ma che ne segue la tipica logica, e che espropria tanti cittadini della vista della collina con volumi di dimensioni senza precedenti in quella prossimità al fiume.

Vorrei anche dire che gli spazi pubblici aperti, conseguenti a questa idea di città, o diventano sostanzialmente di pertinenza dei casermoni privati, o diventano spazi troppo vasti e dunque terra di nessuno, costosi da manutenere per la pubblica amministrazione, pur a prescindere dalla loro insicurezza perché scarsamente controllabili.

Non basta a riscattare il modello, in queste situazioni, la riuscita eventuale di singoli pezzi architettonici, che costituiscono comunque episodi isolati e non fanno sistema. E tutto questo, a prescindere dal fatto che è un modello di città che presuppone, e impone, l’imperio della automobile come mezzo di trasporto urbano anche all’interno dei quartieri, concentrando per forza di cose i servizi e il commercio in pochi punti.

Il secondo aspetto, al primo collegato, è quello relativo alla ricerca e potenziamento di centralità secondarie poste nei quartieri periferici. Il discorso da fare sarebbe in proposito molto lungo, e non posso che riassumerlo qui solo per sommi capi.

Nonostante le quantitativamente notevoli trasformazioni urbane, non si sono di fatto generate vere e proprie centralità nei quartieri periferici. Semmai, alcuni poli, il più consistente dei quali è senza dubbio il Lingotto, a maggior ragione considerando il futuro sviluppo nell’area Avio Oval (uffici della Regione, Parco della Salute). Prescindendo da quest’ultimo, particolare caso, i cui esiti in termini di centralità effettiva sono ancora da verificare, possiamo però dire che la presenza di alcune polarità non generano di per sé autentiche centralità urbane, essendo basate su poli funzionalmente specializzati, spesso privati. Queste ultime non possono fare a meno di elementi pubblici, che colleghino i poli particolari in un’unità civica in cui i cittadini possano effettivamente rispecchiarsi e generare a loro volta attività. (Scenari tipo “Regno a venire” di Ballard fortunatamente non si sono verificati).

Una possibile sfida che la revisione del PRG dovrà affrontare è dunque costituire forme di centralità di quartiere, riconoscibili, che mettano a sistema queste singole polarità. Il tutto, tenendo conto del più ampio ambito della Città Metropolitana, e delle altre centralità secondarie che esse esprimono e possono potenziare in futuro. Certo, i limiti della revisione del PRG sono quelli amministrativi comunali. Ma questa partita delle “centralità seconde” va giocata per forza nell’Area Metropolitana; al limite, se il Comune vicino si rifiuta, giocando “col morto” come si dice nel gergo del gioco delle carte.

Ecco, mi fermo qui, questo mi premeva di dirti pubblicamente in merito sfruttando questo mio piccolo pulpito in rete, consapevole di avere solo sfiorato i temi senza peraltro al momento fornire una “pars construens”, e che esistono naturalmente mille altri aspetti importanti a riguardo.

(Illustrazione: area ex Isvor, progetto volumetrico in variante, arch. A. Rolla, febbraio 2017. Fonte sito Città di Torino)

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