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Manfredi Nicoletti – di Massimo Locci

 

Il 28 ottobre Manfredi Nicoletti ci ha lasciato. Al suo funerale c’erano i parenti, gli amici, gli allievi e i collaboratori, qualche architetto e, incomprensibilmente, nessun esponente dell’università. Nicoletti è stato docente a Palermo e L’Aquila, poi dal 1988 Ordinario di Composizione Architettonica alla Sapienza, infine Professore Emerito. Tale ‘disattenzione’ da parte del mondo accademico solo in parte si spiega con il suo approccio filosofico e culturale antidogmatico e poco accademico.

Nato nel 1930 è stato uno dei più prolifici e innovativi architetti degli ultimi 50 anni,  tra i pochi italiani noti anche all’estero. Non a caso è stato Vice Presidente dell’International Academy of Architecture e Honorary Fellow dell’American Institute of Architects e del Royal Architectural Institute of Canada.

Teorico e storico dell’architettura, autore di importanti saggi sul Liberty e sull’habitat rupestre, pioniere dell’architettura bioclimatica ed ecocompatibile, Manfredi Nicoletti non ha ricevuto dalla critica italiana il giusto riconoscimento. Le sue opere sono state poco pubblicate in Italia (fatta eccezione per l’Arca e L’architettura, cronaca e storia). Negli anni ’80 G. K. Koenig su Parametro e successivamente M. Pisani su l’Arca hanno parlato esplicitamente di un “caso Nicoletti”.

Eppure l’Architecture d’Aujourd’hui, l’Architectural Review e tante altre riviste internazionali lo consideravano uno dei nuovi maestri italiani. Fin da giovanissimo aveva collaborato con Pier Luigi Nervi, poi negli Stati Uniti, dove ha studiato e poi insegnato al MIT, con Piero Belluschi, John Johansen, Buckminster Fuller, Paul Rudolph, Eero Saarinen e a lungo con Minoru Yamasaki.

Tra le sue opere più note il non realizzato Grattacielo Elicoidale a Manhattan (1968), sviluppato con Sergio Musmeci (su cui quindici anni dopo scrisse il primo illuminante saggio per la collana L’Universale di Architettura di Bruno Zevi). L’edificio-città è una struttura architettonica che apre il tema, da lui sviluppato in 40 anni di ricerca, sulla concezione eco-sistemica, intesa come un organismo autosufficiente dal punto di vista funzionale, energetico, di catalizzazione e coesione urbana.

Con gli oltre 600 metri di altezza il Grattacielo Elicoidale sarebbe stato il più alto e il più ecologico del mondo: gli studi approfonditi di allora, suffragati da altri recenti con strumentazioni più avanzate, hanno dimostrato che la morfologia era perfettamente realizzabile e compatibile con gli obiettivi di eco-sostenibilità previsti. Simbolicamente la forma concretizzava l’idea di ascesa spiralica della ‘torre biblica’, riproponendo ad ogni curva lo sforzo umano sotteso nella sfida alla gravità.

Il tema delle “Megastrutture” gli era particolarmente congeniale. Negli anni ’60 e ‘70 ha prodotto, infatti, importanti  ricerche sui processi additivi e sui pattern metamorfici di matrice espressionista.

A Parigi, insieme con il critico Michel Ragon e gli architetti visionari Paul Maymont e Yona Friedman, Nicoletti fondò il Groupe International d’Architecture Perspective (GIAP) che ebbe buona eco nel dibattito internazionale degli anni ’70. Nella sua cerchia non si possono non citare Sigfried Giedion, Nicolas Shòffer, George Candilis, Claude Parent, Constant, John Johansen e alcuni membri del gruppo Archigram.

Fecondo continuatore della corrente organica, miscelata con il funzionalismo nordico, intese l’architettura  in equilibrio con l’ambiente naturale e come rispetto complessivo delle condizioni di contesto, culturali, di morfologia urbana, climatiche. I suoi disegni di quella stagione, sia quelli tecnico-costruttivi sia quelli di libera ispirazione, appaiono strumenti d’indagine ‘meta-strutturali’, cioè concepiti per una comunicazione complessa e a più livelli di significati. La modalità espressiva era sempre aperta e polisemantica, in quanto strumento dell’ideazione artistica.

Alla vocazione per la molteplicità, da lui teorizzata come finalità principale, alla curiosità per i meccanismi dell’innovazione tecnologica, si univa l’essere costantemente proteso verso il futuro ma anche l’interesse per la ricerca storica. I suoi studi sull’architettura del passato si sono orientati verso le radici del Movimento Moderno, con vari saggi sul Liberty,  su D’Aronco, Hoffmann, Olbrich e Mackintosh.

Ancora più originale e interessante l’attrazione per lo spazio in ‘cavo’ e le forme per ‘sottrazione’, come i villaggi rupestri di Matera, della Cappadocia, della Tunisia, del Centro America. Le sue splendide foto e le analisi furono raccolte nel libro ‘L’Architettura delle Caverne’ della Laterza, ancora insuperato,  che ricevette il premio CICA dei critici internazionali nel 1981.

Molti i progetti realizzati in Italia: tra gli altri le Preture di Roma, il Lungomare di Reggio Calabria, la Città universitaria di Udine, la Serra scientifica e il Museo di Zoologia a Catania, il Palazzetto dello sport a Palermo, il Millennium Park ad  Abuja Nigeria, il Palazzo di Giustizia ad Arezzo, il Kazakhstan Central Concert Hall ad  Astana , l’ Exhibition Hall a Kuala Lumpur. Questi ultimi citati sono importanti realizzazioni degli anni 2000.

Tra quelli non realizzati non si può non citare il Museo dell’Acropoli di Atene, concorso internazionale vinto con Lucio Passarelli , caratterizzato dal volume inclinato tagliato da un grande ‘occhio’ che inquadra l’intero Partenone. Non meno dolorosa la vicenda dell’Opera

di Cardiff che oggettivamente era il miglior progetto presentato, anche se a vincere fu una giovane dal promettente futuro come Zaha Hadid.

Nicoletti era un progettista di opere dal linguaggio architettonico forte e riconoscibile, con forme decise ma non arbitrarie, espressive e contestuali, capaci di ‘parlare’ non solo agli architetti, indicando ancora  strade di ricerca espressive originali e temi poco sondati.

La mia filosofia della progettazione – scrive Manfredi Nicoletti– è la natura. Capire le forme della natura. La forma che noi diamo alla materia dell’architettura ne riassume completamente la funzionalità, l’estetica e il suo messaggio simbolico. Tuttavia queste forme della natura non possono essere imitate, devono essere capite. Noi dobbiamo capire quale è stata la genesi che ha portato a quelle determinate forme e perché quella forma determina la resistenza e la sopravvivenza dell’essere vivente nell’ambiente”.

In copertina: Central Concert Hall Kazakistan – foto @ Studio Nicoletti Associati

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