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Il nutrimento dell’architettura [80] – di Davide Vargas

 

Piantare alberi su una strada è un progetto. La strada in questione è un cantiere che come sempre accade dalle mie parti si è protratto di gran lunga oltre i tempi contrattuali. Tanto che la gente è così rassegnata ad una condizione che sembra inevitabile che non se ne lamenta neanche più. Come se fosse un evento naturale. Di tanto in tanto appaiono liberati dalle stuoie pezzi, diciamo, finiti: un lembo di prato, le pensiline degli autobus, una fila di cordoni, e gli alberi. Appunto, gli alberi.

Oggi c’è attenzione alle qualità delle piante, dalle potenzialità anti inquinamento alle classificazioni allergy free, dalle cromie che mutano durante le stagioni alla caducità o meno del fogliame. Niente di che, il minimo. E poi stiamo parlando dell’ingresso alla città: anche gli alberi dovrebbero partecipare alla definizione di un annuncio di identità. Niente di tutto questo traspare dalla scelta di piantare palme. Ci passo spesso e sempre mi sento addosso un senso di spaesamento. Oh, niente di grave, c’è di peggio in giro, ma è lo stesso sottile disagio che tutte le incongruenze dei luoghi costruiscono intorno a chi ancora non abbia rinunciato all’illusione tutta umana di ritrovare un senso nella realtà.

E allora per sfuggire a questa immagine di Las Vegas nostrana, come sempre cerco un segnale altrove, nei territori della poesia per intenderci: Com’era dolce ieri immaginarmi albero!/Mi ero quasi in un punto radicta/e lì crescevo in lentezza sovrana. [Patrizia Cavalli]

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