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Il nutrimento dell’architettura [81] – di Davide Vargas

 

Di fronte alle palme stile Las Vegas [il nutrimento dell’architettura 80] c’è una coppia di edifici impostati, si capisce, sui lati di un lotto triangolare. Contano dieci piani e appaiono compatti e rigorosi nella ripetitività degli elementi dell’abitare: balconi puntuali in uno e continui nell’altro, poi le finestre e un piano terra porticato. Sono stati progettati da Carlo Cocchia, Giulio De Luca e Francesco Della Sala negli anni 51/53 e conservano una riconoscibilità superiore alle manomissioni delle verande, delle tende e della foresta di antenne in cima. Più avanti, scansate le palme, c’è il Mercato del Pesce di Luigi Cosenza, costruito nel 1929/30: una grande volta a botte chiusa dal vetrocemento e poggiata su un basamento appena più articolato. Intorno cassette di polistirolo abbandonate e in fondo il profilo del Vesuvio. E ancora in zona c’è la Casa del Portuale di Aldo Loris Rossi, 1969/81 ritornata in queste settimane di attualità come quartier generale di un sanguinario camorrista in una fiction televisiva sulla cattura di un boss.

In un piccolo pezzo di strada si contano tre edifici di interesse. Ma il punto è questo: quanto riescono a “parlare” questi edifici ai non addetti? Quanto le architetture, in questo caso e in generale, riescono a costruire una continuità di percezione? Sembra troppo dominante, ahimè, la voglia esotica di palme rispetto a qualsiasi linguaggio puntuale appena dissonante rispetto alla parlata comune.

1 Comment

  1. Beniamino Servino 13/11/2017 at 15:35

    Sono monumenti, ipnotici. Parlano dei loro autori che a loro volta parlano ognuno di sé. Storie personali, private.

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