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Il nutrimento dell’architettura [82] – di Davide Vargas

 

Ho comprato su una bancarella un librone che raccoglie appunti e disegni di Federico Fellini. A metà prezzo, e questo pure conta. Si intitola: Il libro dei sogni, edito da Rizzoli nel 2007. Si possono dire un sacco di cose su questo terribile viaggio che si dipana in seicento pagine tra fantasie e incubi, ossessioni e desideri. Si possono dire molte cose sui “segnacci, appunti affrettati e sgrammaticati” come Fellini definiva i propri segni. Si possono dire un mucchio di cose sulla irresistibile attrazione verso l’imbocco di sentieri che portano dritti dritti all’inconoscibile.

Fino a concludere che questa specie di professione pericolo appartiene a ognuno di noi. Ma a me interessano due cose su tutte. Una. Che tutto è assolutamente personale. Privato. Direi autoreferenziale. Fellini espone senza freni il lavoro delle notti di una vita e le forme che ne prende la trascrizione ci dicono innanzitutto chi è. Quali le gerarchie, ovviamente tutto l’immenso traboccante campionario della donna come perenne oggetto di desiderio [di conoscenza] al primo posto. Tecnicamente si tratta di lirismo. E due. Che disegni e scrittura sono inscindibili. La scrittura sotto forma di annotazioni disordinate dà una mano ai disegni. E viceversa.

Anche soltanto visivamente, nella composizione della pagina. Non sai se il tratto delle parole sia in realtà un geroglifico o le linee del disegno non siano altro che vocali dilatate. Una grande ipnotica lezione di linguaggio.

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