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Il nutrimento dell’architettura [83] – di Davide Vargas

 

Qualche settimana fa ero a Roma dalle parti di piazza Bologna. Doverosa una puntata all’Ufficio Postale Nomentano di Mario Ridolfi realizzato negli anni trenta. Ridolfi è un architetto che mi ha sempre affascinato, principalmente i suoi dettagli e i disegni con cui ne ha rappresentato il lato meno tecnico. Su tutti, il particolare della finestra di casa Nata-Stelvio. Poi camminando mi sono trovato davanti a una rimessa dell’Atac dismessa, l’intonaco color ruggine e un pezzo di edificio aggettante su un pilone di cemento come una sovrascrittura.

È la Città del Sole di Labics. L’intervento è del 2014. Ed è già degradato. Percepisci un sottile senso di abbandono, lo ritrovi nelle zone transennate, nelle vasche d’acqua putrida, negli infissi divelti, nei locali commerciali vuoti e non completati, nella trama disconnessa della seconda pelle disegnata dalla sequenza di profilati di alluminio. Per lo più concentrato al piano terra. Poi ho ritrovato l’edificio in Gomorra: scenario di un inizio di malaffare reso ancora più straniante e conforme dalle luci, i dialoghi, le facce. L’architettura, quella levigata, finisce nelle pubblicità delle automobili di lusso.

Quella degradata finisce nelle fiction criminali. Dalle solite Vele alla Casa del Portuale fino a questa [ironia della denominazione] Città del Sole.

Ma il destino mi sembra lo stesso.

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