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Le Vele di Scampia – di Sergio Stenti

 

Rovine giganti distese mezze morte su terreni vuoti si stagliavano all’ orizzonte di Secondigliano. Erano edifici ciclopici che i circa seimila abitanti avevano odiato e avevano abbandonato e poi si erano intestarditi perché non fossero mantenuti in vita: volevano solo che scomparissero tante erano le sofferenze che ricordavano loro quando le avevano abitate scappando dai vicoli del centro storico di Napoli e non solo. Nell’ultima fase di vita quegli edifici diventarono luogo di fabbricazione e distribuzione di droga, covi per nascondere partite al consumo, nascondigli dove scappare e seminare gli inseguitori. Eppure non era facile demolirle, tre vennero giù con difficoltà ma altre quattro rimanevano e nessuno sapeva cosa fare. Troppo ingombranti, troppo calcestruzzo, troppo ferro e poi dove seppellirle? Le discariche erano tutte già colme di rifiuti urbani che si ammassavano nelle larghe vie. Ma il tempo sgretolava il calcestruzzo, le muffe segnavano i muri, l’ acqua corrodeva le strutture, e gli intellettuali si interrogavano: ma che cosa farne? Tutti convenivano: non erano edifici da abitare ma erano però incredibilmente impressionanti, di un attraente scenografico, fuori dimensione: mai vista una cosa simile dopo l’ Ospizio dei Poveri di Fuga.

Perché perderle quindi? Da ecomostro inabitabile divennero un set cinematografico, addirittura un racconto, uno scenario dell’orrido, una saga televisiva; droga, camorra, letteratura e Tv allargarono di molto la loro fama negativa, simbolica e di successo. La lenta rivincita della legalità si accompagnò  di pari passo con la smobilitazione degli abitanti e le difficili demolizioni; le piazze dello spaccio durarono ancora un po’ , poi si esaurirono e si spostarono altrove. Da ruderi di un sogno di modernizzazione divennero un’icona memorabile che colpì l’immaginario, segno di un esperimento estremo d’inabilità, di un’epoca alla ricerca cieca di una città altra di cui non avevano bisogno. Insomma si trasformarono da residenze a immagine dell’estremo, a icona, non certo a monumento. Non c’era nulla da tramandare, ma solo da vedere: una rovina del passato, quasi morta, ma da conservare come segno. Che cosa altro è un’icona se non un’immagine? I giganti distesi piacevano, venivano bene nelle riprese televisive, uno scenario estremo, sotto casa, compresi quegli interni così somiglianti alle carceri piranesiane. Intere scolaresche andavano in gita con i professori a vedere le case dei tossicodipendenti e quelle delle famigliole che si arrangiavano nella confezione delle dosi. Erano dei “droga tour” che spopolavano.

Gli architetti avevano voluto sperimentare idee nuove a cavallo del 68. Utopie sociali e utopie tecnologiche e lotte per la casa che divennero lo sfondo ideologico e politico, il quadro entro cui alcuni spingevano per applicare nuovi processi industriali alle costruzioni per il popolo: era un malinteso imperativo della modernità. Ressero poco più di quindici anni quegli edifici a tenda, poi furono dismessi. Non era chiaro che cosa si dovesse fare con quei ruderi: seppellirli sottoterra o farci crescere rampicanti. Oppure riusarli per altro scopo ove ce ne fosse uno chiaro, venderli ai privati, farci facoltà universitarie, ospedali, atelier, case per gli studenti. Tutte le più disparate idee non trovarono però strade concrete per affermarsi. Il Comune, che non era riuscito a gestire quei transatlantici quando erano in attività, non aveva certo capacità finanziaria e organizzativa per guidarne le trasformazioni e le abbandonò. Le Vele pian piano si degradarono fisicamente, si sbriciolarono, l’acqua le faceva marcire, l’erba cresceva e nessuno poteva avvicinarsi: emanavano un inconfondibile odore di abbandono. Ma non crollarono, erano stranamente costruite in modo solido e infatti stettero lì per molti anni. I vecchi abitanti non riuscivano più a sopportarne la vicinanza e il ricordo ora che erano diventati inquilini normali, ordinari, proprio loro che non lo erano mai stati. Si erano accontentati, infatti, di alloggi banali, disegnati da architetti-burocrati impauriti; però, per loro, tutto era meglio fuorché ritornare ad abitare nei vicoli in verticale, anche se moderni. La commissione incaricata dal Comune non dette risposte tecniche chiare. Una sola cosa appurò: con i soldi della riqualificazione si potevano fabbricare tutte le case che si volevano. La riqualificazione costava molto più del nuovo. Nessuno sapeva se lo Stato avrebbe investito sul mantenimento di un’icona, data l’aria di crisi che circolava.

Qualcuno si azzardava a considerare le Vele come una specie di Ospizio dei Poveri di periferia e sperava che in fondo potessero avere la stessa sorte dell’ originale di Fuga: costruito, incompiuto, abbandonato, ma, dopo qualche secolo, curato e tenuto in piedi anche se non restaurato. Speravano costoro che potesse accadere alle Vele una storia simile: le rovine sembravano simili, non si distruggevano. Si sapeva che le pietre della storia alla fine venivano restaurate anche se per fini non detti, anche al prezzo di non farci nulla. E così speravano che sarebbe accaduto anche alle Vele ciò che alla fine, erano sicuri, sarebbe accaduto a quei 350 metri distesi lungo via Foria, trovare  un senso e una funzione. Gli storici cercavano di applicare ai quei quattro edifici lunghi centro metri le categorie tradizionali dell’unicum monumentale ma, nonostante i convegni, rimasero minoranza. Il rischio “cartolina” alla fine fu evitato, si comprese la differenza tra un’immagine e una cosa: “Ceci n’est pas une pipe” aveva segnalato Magritte molti anni prima.

Le indecisioni riconsegnarono le scadenze al tempo che, con la sua solita lentezza, diede delle risposte: tre edifici debilitati si sgretolarono facilmente aiutati dal tritolo delle demolizioni  decise,  e uno solo riuscì a sopravvivere; ma per fare cosa ? Mossi a pietà i napoletani lo curarono e non ne permisero la scomparsa ma nulla si seppe intorno alla sua destinazione né panni furono mai esposti alle finestre,; si sognava  di un aiuto internazionale, un po’ come si dice ad un bambino: “ va a comprare il sale”. In fine fu un vero atto d’amore e di carità senza chiedere niente in cambio. Dicevano che una fondazione onlus ne aveva sostenuti gli altissimi costi, ne era diventata proprietaria e la stava trasformando, ma a Scampia i lavori dei volontari andavano a rilento. Bisogna riconoscere che qualche volta accade l’impensabile e proprio là dove meno te lo aspetteresti. Le scolaresche continuarono ad andare in primavera a vedere quel gigante solo, sopravvissuto a se stesso, emanava un’aria triste, non era fatto per il nuovo allestimento che gli stavano cucendo addosso, si sentiva una vela sola e desiderava le compagne.

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