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La mutazione dei nonluoghi: un nuovo inizio per l’architettura? – di Marco Ermentini

Siamo abituati a vivere in un mondo in cui tutto è ubiquo e istantaneo, ma la comunicazione non è la relazione, la vita sociale reale ha bisogno di tempo e dello spazio che sono la materia prima delle relazioni umane. Oggi viviamo un cambiamento di scala senza precedenti, per la prima volta e irreversibilmente ci avviamo verso una società umana planetaria. In questa situazione la classica distinzione fra luogo e nonluogo proposta da Marc Augè nel 1992 non è più adeguata. Lo stesso autore nel suo delizioso “Un altro mondo è possibile” coniuga in modo nuovo questo termine: il nonluogo è il mondo come lo vediamo nelle immagini diffuse dai media e che non è il mondo di nessuno. Per contrastare l’alienazione, contraria all’apprendimento della relazione tra individui, abbiamo bisogno di luoghi e passiamo il nostro tempo a costruirne nella misura in cui abbiamo bisogno della relazione e del legame con gli altri.

Questo fatto implica per l’architettura un nuovo orizzonte per cercare di costruire dei luoghi veri e propri. Così, le piazze pubbliche ma anche gli abbozzi di luoghi che cerchiamo ogni giorno come il caffè dell’angolo, il panettiere, nei negozietti del quartiere, in sostanza dove c’è vita di relazione può diventare un luogo. Sembra un paradosso ma oggi la pervasività del mondo virtuale implica la nostra reazione con una maggiore creazione di veri luoghi reali.

Pensandoci bene oggi abbiamo la sensazione di essere colonizzati, ma senza sapere da parte di chi. Per il grande etnologo, interrogato per questa newsletter, la sola sacca di resistenza è l’utopia dell’educazione: un grande sforzo per l’intero pianeta.

Forse il messaggio consiste nel disfarsi dalle illusioni date dall’evidenza, non ridurre l’individuo a consumatore e non farci illudere dal circo mediatico globale. Forse bisogna preservare l’esigenza di uno sguardo critico sulla storia che stiamo vivendo. E il nuovo anno potrebbe divenire importante.

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