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Il nutrimento dell’architettura [84] – di Davide Vargas

Girando per Milano senza neanche avere un itinerario preciso ti imbatti nelle architetture da rivista che ne stanno determinando la spinta di città all’avanguardia unica in Italia. Così mentre costeggio il grande ed enigmatico volume della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli con la città che si specchia nella sagoma archetipa vetrata inclinata spigolosa cercando di seguire le deformazioni dell’immagine del tipico isolato urbano, mentre cerco di captare le voci e i pensieri dei giovani che entrano nell’edificio con l’aria di avere uno scopo, mentre penso di entrare mi lascio attrarre invece dalla via che si infila nel tessuto di fronte. Perché so che da queste parti c’è un’opera di Luigi Caccia Dominioni.

Nato nel 1913 e moto nel 2016, in 103 anni ha attraversato la cultura progettuale del novecento costruendo edifici ma anche oggetti di arredo e interni pervasi dallo stesso tenace intento: cioè [ri]costruire città  interpretandone l’aspirazione a conformarsi come organismo dinamico in continua trasformazione. Così davanti alla torre del Convento di Sant’Antonio dei Frati Francescani  [1959_1963], davanti alla dimensione massiva sapientemente mitigata dai trafori delle schermature delle logge, dall’intonaco bianco retrostante contro il cromatismo scuro del gres esagonale che il sole in questa mattinata quasi primaverile fa anche luccicare, davanti alle connessioni e articolazioni con l’intorno, insomma davanti a questo pezzo di città mi viene in mente una sua frase che per uno che si definiva un “piantista” dice tutto: “I miei ingressi, le mie scale, persino i mobili sono soluzioni urbanistiche”.

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