presS/Tletter
 

Il nutrimento dell’architettura [89] – di Davide Vargas

Andiamo a visitare un’antica fornace appena fuori Terlizzi. La strada si allunga tra campi di olivi e ruderi di cemento. Il mare è lontano ma la luce è quella solita impastata di terra bruna  e salsedine. L’accoglienza è generosa, come il racconto delle antiche cotture che fa il giovane appassionato erede della tradizione davanti ai forni ormai dismessi. Ci mostra la camera di combustione dove il fuoco veniva alimentato con palate di nocciolino di sansa, il pavimento traforato del forno vero e proprio, l’apertura che ad ogni cottura veniva murata, i varchi di areazione da cui i vecchi fuochisti controllavano a occhio il colore per capire se la temperatura fosse giusta. Come una magia.

In qualche modo conosco la storia, anni fa ho partecipato ad un pranzo a base di gnocchi che a Rufoli la vecchia padrona organizzava mentre cuocevano le riggiole per il cantiere di Chipperfield. Mi sembra che sempre tra queste terre meridionali corra un filo di rapporto. Le volte sono annerite dai fumi ma si legge la trama dei “buboli”. Praticamente un cilindro di terracotta con un tappo piatto su un lato e uno arrotondato dall’altro. Montati uno vicino all’altro tra le nervature sono la matrice della geometria e nell’alternanza di cerchi neri e riempimenti scabrosi la superficie sembra un tessuto bruciacchiato. Ti guardi intorno e li trovi ovunque. Smaltati diventano vasi o un salvadenaio. O nella muratura una griglia per la luce e l’aria.

Come la parola nel linguaggio, combini e costruisci. Praticamente è l’idea. In dialetto pugliese: trongüe.

Leave A Response