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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – FEBBRAIO 1968 – di Arcangelo Di Cesare

Nel 1967 si assegnarono i premi In/Arch Finsider per idee architettoniche riguardanti la progettazione di strutture abitative in acciaio: a vincerlo fu il gruppo dell’architetto Giuseppe Perugini.

Questo geniale architetto, capace di grandi ricerche e di altrettante fantastiche realizzazioni, concepì un semplice “telaio spaziale” costituito da due elementi orizzontali e da due elementi verticali opportunamente collegati tra di loro; lo spessore di questo telaio era di 60 cm mentre l’altezza variava tra i 240 cm, i 300 cm e i 480 cm.

Questo elemento completo di impianti, infissi e rifiniture, una volta assemblato, forniva una soluzione pronta per essere abitata.

Modulando questi elementi e disponendoli nelle diverse posizioni si poteva ottenere una vasta gamma di combinazioni sia sul piano verticale sia orizzontale.

La grande innovazione di questa ricerca fu di non permettere la semplice produzione di case prefabbricate (cosa che negli anni sessanta era esercizio molto inflazionato) ma quella di consentire la produzione di singoli elementi da combinare. L’intento era di creare quell’industrializzazione aperta, legata più alle esigenze degli utenti finali che a soluzioni predefinite calate dall’alto.

Le infinite soluzioni che si potevano generare e la totale versatilità della ricerca colpì la giuria del concorso, che riconobbe in quel progetto un’originalità capace di superare il monolitismo dogmatico di esperienze coeve. Particolarmente apprezzata, fu anche la scelta di intendere la cellula abitativa come una matrice di organismi in continua crescita.

Questo progetto non ebbe lo sviluppo che meritava ma Perugini continuò caparbiamente la sua ricerca.

Attraverso l’affascinante progetto della casa di Fregene, concepito con il figlio Raynaldo e la moglie Uga de Plaisant, continuò la ricerca e lo studio di questi spazi non-finiti, capaci di una crescita infinita in tutte le direzioni e sospesi tra la terra e il cielo.

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