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Spazio, oggetto e orrore vacui – di Alessandra Muntoni

Nel 1914, David Chipperfield allestiva nella Neue Nationalgallerie di Berlino una mostra intitolata Sticks and Stones. Era la spiegazione di come l’edificio di Mies van der Rohe contraddicesse alle radici l’architettura trilitica del classicismo. Ben 144 tronchi, che segnavano da terra al soffitto tutti gli intrecci della trama miesiana, erano stati inseriti per occludere la trasparenza dell’edificio e ogni possibilità di un rapporto con la città. Si voleva invece − seppur con la ironica e disinvolta citazione della filastrocca per bambini alla quale si ispirava − ricostruire la foresta primitiva dalla quale l’Abate Laugier aveva estratto l’immagine della “capanna vitruviana”. Tutto il contrario della struttura di Mies che lanciava dagli otto pilastri centrali inauditi sbalzi capaci di sorreggere la copertura: quattro vertiginosi angoli vuoti che proiettavano lo spazio del museo nella città e lo spazio urbano nel museo. L’orror vacui, − terrificante per chi come Chipperfield dava per scontata la crisi del moderno e aveva restaurato con questo criterio il Neues Museum di Berlino negli anni Novanta del secolo scorso − sembrava prevalere.

Proprio a Chipperfiel è stato dato l’incarico del restauro della Neue Nationalgalerie, per restituire all’edificio le prestazioni tecniche che le strutture di acciaio e vetro non riuscivano più a garantire. L’architetto britannico affronta il compito con imprevista cura filologica. Scopre che l’edificio funziona distributivamente molto bene e che la sua forma non deriva esclusivamente dal programma.  Inizia un rilievo accurato per consentire lo smontaggio, restauro e rimontaggio dei singoli elementi, restituendo gli otto magnifici pilastri nella loro originaria evidenza. Chipperfield aveva vinto il concorso per il restauro fin dal 2012, due anni prima della chiusura del museo per il suo ripristino e dall’ultimo allestimento di cui s’è detto. L’inaugurazione dovrebbe avvenire entro il 2018 e solo allora sapremo fino a che punto il risultato sarà convincente. L’aver considerato questo edificio un “oggetto”, come anche Michele De Lucchi sembra condividere, volendo “distinguere le qualità funzionali da quelle simboliche” («Domus», febbraio 2018), non sembra un criterio promettente. Fidiamo però nella indefettibile forza di Mies.

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