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Vittorio Garatti a Cuba. Architettura e vita – di Massimo Locci

Il recente incontro al MAXXI ha offerto la possibilità di ripercorrere l’originale  ricerca di un progettista, relativamente poco noto in Italia, ma con importanti opere realizzate all’estero: le più rilevanti sono le Scuole Nazionali d’Arte per il Terzo Mondo. Il complesso di cinque edifici sorge nel parco di Varadero, al centro dell’Havana a Cuba.

Negli anni 1961-1965, con Ricardo Porro e  Roberto Gottardi, infatti,  progetta quella che ad oggi è considerata l’opera di architettura moderna più importante realizzata nell’isola caraibica. Un’opera che sperimenta un originale linguaggio organico, povero nei materiali e tecnologicamente elementare ma fortemente espressiva. L’elemento caratteristico dell’architettura è una coniugazione di elementi voltati di varie dimensioni, tutti realizzati con murature in mattoni. Lo spazio  declina una concatenazione articolata di volumi chiusi e aperti,  con  diverse configurazioni, all’interno di un unico dispositivo formale. Gli archi a sezione parabolica,  i  pilastri svergolati e i contrafforti, memori delle soluzioni di Gaudì (che Garatti  analizza attentamente  in un viaggio di studio giovanile),  furono realizzati da maestranze locali con la tecnica delle cupole catalane. Le scuole, che comprendono un auditorium, foresteria e vari spazi per eventi ed esposizioni, sono strutturate come una piccola città nel bosco, planimetricamente articolata e in dialogo con il paesaggio.

Lo storico d’arte nordamericano John Loomis, che in tempi recenti ne ha effettuato un’attenta rilettura, evidenzia: “le Scuole di Cuba erano uno dei segni più eloquenti di realismo magico dell’architettura e del paesaggio”. Non a caso il pittore Wilfredo Lam, che di questa corrente è il massimo esponente,  fa riferimento all’identità cubana  dell’opera, la “cubanidad”.

La spazialità aperta rifugge ogni “dogma e logica accademica” e coniuga sincreticamente l’immaginario figurativo dell’antropomorfismo con quello simbolico dell’ordine cosmico. Soluzione, a suo modo sperimentale, che mette in discussione le certezze funzionali ed espressive dell’architettura del  tardo Razionalismo, in particolare le forme raggelate   dell’International Style, in quegli anni prevalenti negli Stati Uniti e in molti paesi occidentali. “L’architettura  – affermano i tre autori – doveva essere qualcosa di completamente nuovo e le scuole ‘le più belle del mondo’, come aspirava Fidel Castro”.

La loro ricerca, ritenuta un’inutile utopia, è osteggiata  perfino dall’establishment cubano, in quanto troppo derogante dai canoni ‘comunisti’. Pertanto, dopo il primo lotto, svanita la tensione rivoluzionaria, l’opera non viene rifinanziata. Anche gli spazi realizzati sono, oggi, fortemente degradati o non sono mai stati completati: tuttavia appaiono come un’affascinante struttura archeologica. Il restauro è iniziato ma occorrono investimenti consistenti che potrebbero arrivare con il riconoscimento dell’UNESCO come patrimonio dell’Umanità (ora è inserita nella tentative list ).

Nel 2012, non a caso, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato ai tre architetti il “Premio Vittorio De Sica” per la  categoria “Architettura”. L’anno successivo alla Casa dell’Architettura è stato presentato il libro “Cuba. Scuole nazionali d’arte”, scritto da Claudio Machetti, Gianluca Mengozzi e Luca Spitoni ( Skira editore) e proiettato il documentario “Un Sueño a Mitad” di Francesco Apolloni. Nel 2014 Il Centro di Arte Contemporanea Wifredo Lam di Cuba ha ospitato la mostra dedicata alle opere dell’architetto Vittorio Garatti.

L’opera, all’epoca molto nota, ha suscitato un ampio dibattito per le aspettative “socio-politiche” dell’iniziativa ed è stata pubblicata in molti libri e riviste internazionali: in Italia da B.Zevi e da E.N.Rogers. Le Escuelas Nacionales de Artes sono, infatti, considerate l’unica vera “architettura della rivoluzione cubana”, non solo per la sua eccezionalità figurativa e per l’unicità del processo che le ha generate, ma perché rappresentano l’interfaccia architettonica della politica culturale terzomondista, sostenuta dalla rivoluzione cubana. E’ un centro culturale dove, da mezzo secolo, gli studenti dei tre continenti (America Latina, Africa e Asia) sviluppano, gratuitamente, ogni forma di espressione artistica. “Volevo una architettura per il popolo – afferma Porro – e scavare negli eterni problemi della condizione umana(…) Così ho cercato di fare una ‘architettura negra’, in una città sopraffatta da una negritudine che non ha mai prima d’ora avuto una presenza in architettura”.

L’iniziava al MAXXI si è strutturata in più interventi, anche in tele-conferenza,  per far conoscere meglio questo capolavoro contemporaneo e per sostenere la raccolta fondi per continuare il restauro della parte realizzata. La Scuola di danza classica e la Scuola di arti plastiche sono state entrambe restaurate.

Un tema tutto da valutare è  il recupero delle strutture incompiute: per alcuni da ipotizzare come museo all’aperto, riutilizzando le fascinose architetture ruderizzate, o da completare seguendo, per quanto possibile, il progetto originario. Personalmente non credo nel completamento di quelle strutture incompiute che, provate dal tempo, conservano una forte carica espressiva e una vivacità spaziale.

In copertina: Vittorio Garatti, La Habana Metropolitana, pianta urbana

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